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prima del 9 Aprile 2008, data di apertura di questo blog.

Da allora in poi, ne e' una replica fedele.


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venerdì 19 dicembre 2008

Gatto, topo, cavallo

ven 19 dicembre 2008 Gatto, topo, cavallo

  • Gatto, topo, cavallo Cvallao òàè@ì
  • ...e allora?
  • Niente, sono vent'anni che uso queste stupide parole per verificare un nuovo indirizzo e-mail e il correttore ortografico
  • ...e quando ti ritorna bello integro sei soddisfatto?
  • Proprio così.
  • E cos'altro potrebbe succedere?
  • Niente. Potrebbe non tornare indietro nulla.
  • Questo è più interessante. Dove si disperdono gli e-mail perduti, secondo te?
  • Questo non la sa nessuno. Oltre al cimitero degli elefanti, ci dev'essere quello degli e-mail perduti.
  • Dove potrebbe essere?
  • Ci ho pensato molte volte. Dovrebbe essere un luogo incorporeo, ma capiente.
  • Un pozzo senza pareti e senza fondo, allora.
  • Sapresti disegnarlo?
  • Occorrerebbe una matita senza punta.
  • Non l'ho più. Spuntata, non funzionerebbe, immagino.
  • No, infatti.
  • Ho paura, allora, che resteremo senza il tuo capolavoro.
  • Non te la prendere, non potrei farlo in nessun caso: sono capace di disegnare solo dal vero.
  • In questo caso basterebbe una foto, ti pare?
  • Sarebbe sicuramente più realistica.
  • Pensi che dovremmo usare gl'infrarossi?
  • Buona idea. In questo modo potremmo distinguere la posta fresca da quella stagionata.
  • Perché gli e-mail appena arrivati sono più freschi, secondo te?
  • No, più caldi. Dovrebbero essere roventi per la caduta libera dentro al pozzo.
  • Come i meteoriti quando entrano nell'atmosfera.
  • E' inevitabile.
  • Allora, scusa sai, ma se il pozzo fosse abbastanza profondo, si disintegrerebbero.
  • Sicuramente.
  • Ma sappiamo che il pozzo è senza fondo.
  • Giusto. Allora, abbiamo risolto il mistero degli e-mail perduti.
  • Perfetto! Non ci avevo mai pensato, ma è inevitabile che sia così: si disintegrano. Quanti topi, gatti e cavalli ho disintegrato, allora, in vent'anni.
  • Sì, ma a tua insaputa, ora non insistere però.

mercoledì 17 dicembre 2008

Troppo tardi

mer 17 dicembre 2008 Troppo tardi

Era troppo tardi per partire, ma restare sembrava ancora peggio e tertium non datur. O no?
Si trattava
di trovare il modo per salvare la pelle, con una bella pensata, all'altezza della situazione. Non è che fosse proprio certo che l'ordine di eliminarlo fosse già stato emesso, né tanto meno che fosse stato stabilito quando, come e chi dovesse eseguirlo, ma gli era bastato sapere che lo avevano inserito nella lista dei sospetti per capire che era ora di cambiare aria in fretta, o meglio ancora, subito. Dove andare, però? e soprattutto, come fare ad abbandonare la casa senza essere visti e seguiti. Senza "partire", insomma".

Come inizio di un racconto poliziesco non gli sembrò molto originale, ma. al momento, non sapeva dove andare a parere e la sua esperienza lo portava a non sopravvalutare l'importanza del PRIMO incipit. Importante era solo l'ultimo incipit, quello definitivo, da piazzare all'inizio a racconto finito, quando, finalmente avrebbe saputo come si erano svolti i fatti e, soprattutto, come era andata a finire la storia. Per il momento, era importante cominciare a scrivere, poi, con un po' di fortuna, si sarebbero fatti vivi i personaggi e anche l'ambientazione avrebbe cominciato ad apparire con un blow up progressivo, come accadeva alle veccchie stampe in bianco e nero immerse nella bacinella di sviluppo

Riguardo ai personaggi aveva una teoria ben radicata; bisognava lasciarli respirare, che si muovessero a loro piacimento, insomma, si sentissero liberi e dessero fondo alle loro risorse, se ne avevano. Solo quando rischiassero di scappare fuori dalla storia li riprendeva con una tiratina di briglie, altrimenti, trottassero pure a loro talento. Questo ragazzo (era un ragazzo?), che sembrava così mal messo, avrebbe dovuto muoversi in fretta, se era proprio vero che gli stavano con il fiato sul collo per ammazzarlo. Lui li conosceva i suoi aguzzini, o almeno credeva di sapere chi fossero, mentre lo scrittore ne era completamente all'oscuro: se la sbrigasse da solo, dunque, e se non era in grado di cavarsela neppure nelle prime righe, morisse pure, come tanti altri personaggi nati morti. Per saperlo, bastava aspettare.

Non disponendo di gallerie sotterranee, come nei vecchi castelli e neppure di una più modesta uscita posteriore, meno in vista del portone d'ingresso, illuminato platealmente, non gli restava che il travestimento, qualcosa di credibile, però, non la solita barba finta, cappello calato sul muso e occhiali scuri.
Optò per la platealità: tacchi vertiginosi, gonna lunga e stretta con spacco inguinale al centro, calze a rete, boa di struzzo viola, trucco da professionista dell'adescamento stradale, parrucca rosso fiamma e borsetta roteabile. Nell'atrio, quasi si scontrò con un cassiere di banca e prode coinquilino che non lo riconobbe affatto e lo guardò con l'aria costernata di chi vedeva la schiuma del malcostume dilagante lambire, ormai, la sua benpensante magione.
Rinfrancato da quel primo test superato a pieni voti, si buttò con baldanza esagerata sul marciapiedi, ancheggiando sui tacchi madornali fino al parcheggio semi-buio, dove lo aspettava l'utilitaria anonima con la quale buttarsi nel traffico demenziale verso una meta da definire, ma lontana di lì, quando cinque colpi ben assestati al corpo e un sesto finale alla testa, chiarirono i suoi dubbi: la sentenza definitiva era stata emessa. Quando doveva essere eseguita? ora. Dove? lì. Chi la doveva eseguire? due tangheri che sapevano sparare.

Prima di morire, raro privilegio, fece in tempo ad ascoltare la sua orazione funebre: "L'ho ammazzato volentieri 'sto pervertito. Lo sapevi tu che era anche un finocchione?"
"No; ma c'è poco da meravigliarsi: non c'è più religione al giorno d'oggi"

domenica 14 dicembre 2008

Uno Stetson a tre punte

dom 14 dicembre 2008 Uno Stetson a tre punte

Cappelli '800

tricornotricornoUna bella mattina si svegliò sicuro che per stare proprio bene al mondo avrebbe dovuto trovare il suo cappello a tre punte: un bel cappello a tre punte. Siccome però non era una bestia selvatica, decise di parlarne prima con gli amici. Andò in piazza, prese un caffè e si guardò d'attorno: pochi cappelli in giro: qualche vecchio con un feltro unto, qualche ragazzino con il berrettino a visiera e, soprattutto, molte teste mezze pelate o normalmente capellute e spettinate. Su una bici da corsa, passò anche un ragazzo (da dietro sembrava più una ragazza) travestito da ciclista, con tanto di caschetto a striscie di cuoio imbottite, tipo coppi-bartali. Decise che non faceva per lui.

Il primo a cui parlò della sua idea, gli ricordò come non avesse mai portato un cappello in vita sua, da quando si era potuto togliere l'odioso pignattino di tela che gli avevano imposto le maestre giardiniere per andare in ispiaggia durante le vacanze al mare in "colonia". Pioggia, neve o tempesta, tutti l'avevano sempre visto a testa scoperta.
Un altro gli chiese se per caso non gli fosse rimasto a frullare in quel testone vuoto un qualche film in costume, magari con moschettieri rampanti su cavalli coraggiosi e belle dame da salvare. Il più silenzioso, si lasciò strappare di bocca: "Un tricorno? ma non fare il Pitagora fuori stagione!" che lasciò tutti di stucco.
Dopo mezz'ora di cretinate, divaganti sui sette mari e i quattro continenti (o erano solo tre anche loro?), dopo l'evocazione partecipata di negre favolose mezze nude, sterminate con i bambini in braccio da flemmatici soldati inglesi vestiti di pesante panno blu, comandati da generali in tricorno piumato e di Napoleone, che in barba alla sua mania di conquistare il mondo intero, si era accontentato di un cappello a due punte soltanto, come una gondola rovesciata, la situazione emerse in tutta la sua drammatica chiarezza: occorreva uno sforzo solidale per trovargli 'sto maledetto cappello: tutti per uno, uni per tutto, come Dartagnan.

cappellaioQui veniva il difficile, però. L'ultimo capellaio del paese aveva chiuso bottega da anni e, poveretto, anche la sua ultima saracinesca l'aveva tirata giù da un pezzo. Della vedova non c'era da fidarsi troppo, nel ramo cappelli: donna di chiesa, niente da ridire, imabittibile rimbeccatrice di santamariamaterdei al rosario, ma in bottega non valeva niente, neanche ai bei tempi e neppure in cucina o a letto, stando alla sentenza dei bene informati.
Da Pirelli-Sport, più che qualche cappello di tela mimetizzata da pescatore non si poteva pretendere e l'armaiolo teneva solo cappelli tirolesi con lo scopino infilato nel nastro: un solo modello, una sola misura, un solo cappello, prendere o lasciare. Di cercarlo da un costumista teatrale non venne in mente a nessuno, perché il teatro non aveva mai messo radici in paese e i patiti dell'opera, nelle grandi occasioni, dovevano affrontare un viaggio fino a Milano o, almeno, fino a Parma per potersi sfogare come dio comanda. Loro però, i cantanti li vedevano già incartati nei loro costumi e pronti a cantare sul palcoscenico; chi li avesse prima vestiti in parrucca e borsa era un mistero che non avevano mai sondato: a ognuno il suo mestiere.

Strologando, strologando alla fine venne fuori che c'era una sola strada maestra da seguire: bisognava lasciare a casa la macchina e prendere il treno come si faceva una volta nelle grandi occasioni, che, in altre parole, voleva dire andare a Modena con la littorina, sull'unica linea che passava per il paese, quella che nella direzione sbagliata andava anche a Mantova, da non nominare neanche.

cappelliTutti c'erano già andati molte volte, chi più chi meno e, anche se erano più pratici del foro boario che delle botteghe vicino al duomo, decisero che era venuta l'occasione per tornarci, senza aspettare la fiera del bestiame. Bisognava partire dopo mangiato: un sabato dopo pranzo si poteva tentare l'avventura; bisognava essere almeno in tre, più il muto che aveva fatto la prima commerciale e qualcosa doveva pur sapere, se solo si fosse deciso a parlare.

Le mogli non furono contente, ma chi era il padrone di casa? se avevano deciso di andare, era così e basta e il sabato successivo le avrebbero portate anche loro, ma in macchina, stavolta, e sarebbero andati anche a caffè a mangiare il gelato, seduti in piazza, e poi al cine.

Sul treno fecero il piano di battaglia: appena smontati, bisognava chiedere al capostazione, quello con la paletta, il fischietto ed il berretto rosso dove si compravano i cappelli e i berretti seri come il suo, insomma dove si trovava il cappellaio più importante, con la migliore reputazione, dal quale farsi consigliare per un acquisto, senza badare a spese.

cappelleria

Tom MixSi chiamava Barbetti, ma era più conosciuto come Borsalino, lui e la sua famiglia erano cappellai fin dai tempi del duca o anche prima. Trovarlo? Facilissimo, era dov'era sempre stato: sotto il portico del Collegio, a meno di duecento passi dal duomo: domandassero a chi volevano, lo conoscevano tutti: teneva di tutto, anche i cappelli da vescovo, con licenza parlando, per trovare di meglio bisognava andare a Roma dal cappellaio del papa in persona, e poi chissà se era meglio davvero?
Trovarlo fu facile, come aveva garantito il capostazione; dall'insegna di ferro e dalla vetrina di vecchio noce scolpito si capiva subito che tutto quello che avevano sentito era vero fino all'ultima virgola: altro che fino dai tempi del duca, quella bottega lì doveva avere almeno cent'anni.

Entrarono tutti tre come un sol uomo, lasciando il muto fuori a fumare il toscanello, tanto non gli avrebbero cavato una parola di bocca. Dentro c'erano cappelli appoggiati in fila su scaffali chiusi da vetri, come vasi di uno speziale e altri in giro di tutte le fogge, calzati su teste di manichino, come fossero parrucche. Rimasero a bocca aperta davanti a tanta grazia di dio, finché non arivvò la frase fatidica, che li commosse come se si fossero trovati protagonisti di uno sceneggiato televisivo: "In cosa posso servirli?". Valeva la pena di fare il viaggio e tutto il resto solo per quel momento.
Imbarazzati, spiegarono che erano venuti proprio per comprare un cappello, sì uno solo, ma erano venuti in tre perché si trattava di un tricorno, non il solito cappello da contadino, ma si affidavano completamente alla sua esperienza, insomma facesse lui per il meglio e cosi fu.

Quando il muto li vide finalmente uscire trionfanti, come se avessero vinto un terno al lotto, ruppe il silenzio per una delle sue frasi storiche: "Ma cosa fai, coglione, con il cappello bianco di Tom Mix in testa: sembri un fungo appena spuntato. Bravo! Per rompere un digiuno durato cinquant'anni, volevi, a tutti i costi, un tricorno da milord inglese e ti sei fatto rifilare un avanzo di magazzino da vaccaro americano. Bravo! proprio bravo e ci scommetto che l'avrai anche pagato un occhio della testa."

cappello di Tom Mix


lunedì 8 dicembre 2008

Non c'è più trippa per gatti

lun 08 dicembre 2008 Non c'è più trippa per gatti

  • Non c'è più trippa per gatti
  • Dici che anche loro non arrivino alla terza settimana?
  • Ma? Secondo gli etologi, i gatti non sanno neppure cosa sia una settimana
  • Come hanno fatto a capirlo?
  • Non gli davano da mangiare una volta alla settimana nel giorno del Signore.
  • Li facevano digiunare la domenica?
  • No, il martedì
  • Il martedì sarebbe sacro al dio dei gatti?
  • Non so. Ma credo che fosse solo per evitare diatribe religiose fra i ricercatori.
  • Ah! venerdì dei musulmani, sabato dei giudei, domenica dei cristiani, lunedì stanno tutti a casa, giovedì gnocchi ...
  • Esatto, hai centrato il problema
  • Invece i gatti non hanno capito niente?

gatti neri

  • Lo so che ti sembra incredibile, ma attraverso questa prima tappa, loro volevano arrivare a spiegare a gatti e porci i semplici meccanismi del mercato per superare la crisi...
  • ...aspetta, adesso non ti capiso neanche io. Hai detto che li facevano digiunare un giorno alla settimana per...
  • sì, per incrementare la fiducia e, indirettamente, fare aumentare i consumi, perché è proprio in questo che sta la salvezza
  • Ma non hai detto che non c'è più trippa? ad un ignorante come me sembra una presa per il naso.
  • La mancanza di trippa è proprio lo scoglio su cui si sono temporaneamente arenati, ma vedrai che, una volta capito come superare questo inconveniente marginale...
  • ..e, frattanto i gatti come se la passano?
  • Per adesso dimagriscono e miagolano come poveri disgraziati.
  • Non si può mica pretendere che abbiano il comprendonio di noialtri umani.
  • Se capissero che tenersi belli magri può salvarli. dal finire in padella come in tempo di guerra
  • E' sempre così; in definitiva, è per il loro bene, che li tengono leggeri a trippa, ma va a farglielo capire.

venerdì 5 dicembre 2008

Una totale mancanza di bisogno

gio 04 dicembre 2008 Una totale mancanza di bisogno

  • Se improvvisamente ti ritrovi nella più totale mancanza di bisogno, cosa fai?
  • Niente, da principio
  • ... e alla fine?
  • Niente di niente
  • .E cosa cambia?
  • Come qualità niente, ma come quantità ammetterai che c'è un salto di qualità
  • E' che io non riesco a misurare il niente
  • L'hanno inventato gli arabi, come lo zero; lo devi guardare da destra a sinistra ; è quello il trucco
  • Pensavo che lo si dovesse guardare in modo olistico come un cammello nel deserto...

Giza

  • ...cioè dall'alto o da lontano?
  • Dipende tutto dal punto di vista, l'importante è non tentare di frazionarlo
  • Come lo zero
  • Infatti , non bisogna scambiare la parte per il tutto
  • Sotto metafora?
  • Quando vuoi, anche subito
  • Preferirei anche io, ma possiamo permettercelo?
  • Se non ho bisogno di niente, bisognerà pure che cominci da qualche parte, ti sembra?
  • Non dimenticarti, però di muoverti in modo olistico da destra a sinistra come una arabo nel deserto
  • Ho bisogno di pensarci

La mia foto è stata scattata nei pressi delle piramidi di Giza al Cairo, durante un viagggio in Egitto

mercoledì 3 dicembre 2008

Villa Sorra

mer 03 dicembre 2008 Villa Sorra

Villa Sorra MO

Villa Sorra

Questa è la sintetica illustrazione ufficiale di Villa Sorra, nella campagna modenese, quale appare sul cartello che ne illustra le caratteristiche e la storia. Il parco, ora oggetto di cure e restauri è visitabile piacevolmente in una bella giornata, quando passeggiare sull'erba fuori città è uno spasso.Per vedere una collezione di foto scattate in un fresco pomeriggio novembrino, clicca qui.

venerdì 28 novembre 2008

Il gorgo di Occhiobello

gio 27 novembre 2008 Il gorgo di Occhiobello

Il 15 novembre scorso, in un bel sabato di sole, dopo alcuni giorni di pioggia e di vento, siamo tornati sul Po ferrarese, dopo aver pranzato al "Ponte rosso" di San Giorgio di Piano, una simpatica trattoria bolognese senza fronzoli, dove si mangia bene secondo la tradizione.
Erano trascorsi esattamente cinquantasette anni da quel tragico 15 novembre 1951, quando il Po ruppe gli argini e allagò l'intero Polesine arrivando fino alle porte di Rovigo sulla sponda sinistra e allargandosi nel ferrarese sull'altra sponda.

L'incontrollata estrazione di metano nei precedenti decenni aveva contribuito, con l'abbassamento del suolo e degli argini (ma non del fiume), a moltiplicare gli effetti disastrosi della piena. Al cordoglio nazionale per i morti ed i feriti, nelle prime ore, e alla commovente gara di solidarietà che percorse l'intero paese, seguì, solo più tardi, la consapevolezza dell'entità del disastro: una catastrofe che cambiò per sempre, non solo la vita delle migliaia di sfollati, ma l'intero equilibrio di un territorio vastissimo che non si è mai più ripreso del tutto. La patria delle nebbie si è spopolata per sempre e ha cambiato faccia. Io avevo nove anni allora, ma ricordo bene i bollettini degli inviati della RAI che si susseguivano ora dopo ora, nel difficile compito di descrivere la vastità dell'esondazione. Allora abitavamo a Roma; capannelli di persone si formavano per strada intorno ai pochi luoghi dove una radio accesa trasmetteva ai passanti in strada i bollettini. La televisione non c'era e neppure le radioline a transistor, che si diffusero solo alla fine del decennio, ma l'evento era così drammatico che tutti cercavano di seguirlo minuto per minuto, con gli scarsi mezzi d'informazione disponibili.

Gorgo sul Po

Gorgo di Occhiobello sul Po

Oggi, a più di mezzo secolo di distanza, in una bella giornata di "normale" piena novembrina, i gorghi che si formarono allora non sono altro che piacevoli specchi d'acqua limpida che rendono impraticabili i parchi commemorativi che ricordano l'alluvione del '51. Il gorgo di Occhiobello, vicino a Ferrara, ma sulla sponda veneta, è l'oggetto della presentazione che propongo ai lettori che desiderino guardarla. Clicca qui o sulla mia foto qui sopra per vederla. La musica che accompagna lo scorrere delle immagini è "Suzanne" di Leonard Cohen.

giovedì 27 novembre 2008

Sopra la capra panca

    mer 26 novembre 2008 Sopra la capra panca

    • ... ce l'hai anche tu con le panchine, o sei un pro-panca?
    • Parli di quelle dove "sopra la capra panca"?
    • "Sopra la panca la capra campa" vorrai dire
    • Bravo, proprio così. Mi sbaglio sempre perché non ho mai capito che senso abbia il tutto
    • Per questo, neanche io, ma prova a pensare ad un "barbone" al posto della capra e tutto diventa chiaro
    • Ah, ecco, hanno sostituito capra a barbone perché altrimenti lo scioglilingua non funzionerebbe
    • Principalmente...
    • ... e secondariamente?
    • Be' non starebbe tanto bene far sapere alla gente che stanno togliendo le panchine dalle citta per evitare che i barboni campino?
    • Giusto, invece a lasciare morire le capre per mancanza di panche non fa danno, dato che di capre in città non ce ne sono quasi più
    • Quasi? Perché hai visto qualche capra in giro qui da noi?
    • No, io no, non ci sono più nemmeno quelle tibetane ai giardini Margherita. Dicevo solo per non fare lo sbruffone con delle affermazioni assolute.
    • Giusto, non si sa mai. C'era in giro una tigre scappata da un circo, l'altro giorno
    • O una pantera?
    • Perché? ti sembrerebbe più normale di una tigre, una pantera sotto il portico dei Servi?

    • Ma? non ti so dire; vedo solo dei barboni e niente panche né fontanelle, adesso che mi ci fai pensare. Né tigri, né pantere, né capre, né panche, solo barboni
    • In mancanza di panche e con quest'aria che pela, sarebbe meglio se andassero tutti sotto un bel tendone da circo, possibilmente senza pantere né tigri
    • Chissà se quelli che hanno tolto le panche hanno fatto per incoraggiarli ad andare al caldo, poveretti. Avranno senz'altro preparato un bel tendone riscaldato, come dici tu
    • Di sicuro. Non posso pensare che siano così distratti da essersene dimenticati, potrebbero perfino essere scambiati ingiustamente per delle carogne
    • Hai ragione, dev'essere così, senz'altro. Ma a te i barboni sono simpatici?
    • No, neanche un po', ma c'è di peggio, molto di peggio e se la spassano da nababbi
    • Pensi ai banchieri e agli altri milordoni sfruttatori e affamatori grassi e lustri come papi?
    • Come hai fatto ad indovinare?
    • Per fortuna, principalmente.

mercoledì 26 novembre 2008

Deltoide

lun. 24 novembre 2008 Deltoide

  • ... lei dice: "Vedrà che facciamo in un attimo..."
  • Lo ha detto per rassicurarti. E allora?
  • e aggiunge: "... è solo una piccola iniezione intramuscolare. Gliela faccio sul deltoide"
  • Ma tu lo sapevi che cosa è il deltoide?
  • Ma figurati, ho pensato che le intramuscolari si fanno sulle chiappe, da che mondo è mondo. . .
  • Giusto!
  • Ma ho pensato anche che il solo vaccino che mi hanno fatto in vita mia era sul braccio
  • Anche a me; ho ancora il segno. Quindi?
  • Quindi, vedendo che si era sistemata in pole position con la siringa in canna, in piedi al mio fianco, ho scommesso sul braccio
  • C'è un deltoide dentro al braccio?
  • Sembra di sì, io non vado oltre il bicipite, ma fra muscoli e muscoletti ce ne devono essere una miriade in zona

Deltoide

  • Ti ricordi come li bocciavano in anatomia, i nostri compagni di liceo che hanno fatto medicina?
  • D'altra parte, non potevo mica dirle: "Scusi tanto la mia ignoranza, ma i soli muscoli che conosco bene sono le vongole e le cozze"
  • Esagerato!
  • Ad ogni buon conto, le ho chiesto: " devo togliermi la maglia?"
  • Saggio, cosi almeno localizzavi la zona: o spalla o chiappa.
  • Infatti, quando mi ha risposto che era meglio che la togliessi, ho capito dove mi avrebbe forato, spanna più, spanna meno
  • Ti ha fatto male?
  • No, niente di niente, ma quando stavo per andarmene, con l'aria più premurosa del mondo, mi dice" Non vada via ora, professore. Bisogna che si trattenga ancora una mezz'oretta in sala d'aspetto, per vedere le sue reazioni
  • Hai capito? in cauda venenum. E che reazioni avresti dovuto avere, così in pubblico?
  • E' quello che le ho domandato anch'io. Lei, candida: "Nessuna, se non è allergico alle uova, come mi ha detto, ma per sicurezza, aspetti una ventina di minuti qui fuori; vedo che si è portato un libro. Che cosa sta leggendo, professore?"
  • Glielo ho fatto vedere; era "La camera azzurra"
  • Ah, Simenon... bello, mi è piaciuto, ma è un po' morbosetto, ti sembra?
  • Sì, a noi due piacciono di più "i maigret", vecchio stile.
  • Soprattutto, quelli anteguerra. Ma tu cosa hai fatto? Ti sei messo a schiumare dalla bocca?
  • Mi era venuta la tentazione di fare qualche stranezza, ma c'era una signora che aspettava anche lei il suo turno al deltoide...
  • Non dico che avresti dovuto rotolarti per terra, ma potevi almeno sbarrare un po' gli occhi...
  • Non ho ancora l'età , ma uno dei prossimi anni, non è detto che non mi cavi la soddisfazione
  • Bravo, altrimenti, che scopo avrebbe una stagionatura così lunga come la nostra? Anche il Barolo va stappato prima che diventi troppo vecchio.

venerdì 14 novembre 2008

Cargo cardo sardo tardo

ven. 14 novembre 2008 Cargo cardo sardo magro

  • Cargo
  • cardo
  • sardo
  • tardo
  • Chi comincia?
  • Tu.
  • Nelle giornate di nebbia più fitta, quando ci si fidava più dei rumori e degli odori che degi occhi per trovare la strada, appariva improvvisamente come un fantasma. La caligine cancellava i segni più evidenti dell'abbandono, spegneva il rosso delle scaglie di ruggine, nascondeva i vetri rotti e i cumuli di rottami sgangherati su quello che un tempo era stato il ponte; restava solo una massa minacciosa da evitare con una decisa sterzata del manubrio, per evitare di volare nell'acqua bassa del porto, dove giaceva semiaffondata da secoli la carcassa del vecchio cargo, ormai senza nome.
  • Stando ai racconti di mio nonno, che per primo, me lo aveva mostrato nei nostri giri in bici al tramonto, quando il cane ci portava a spasso, seguendo piste olfattive misteriose che solo lui conosceva, era stato una gloriosa nave da carico che batteva rotte oceaniche fino alla Costa d'avorio: il posto più esotico che avessi mai sentito nominare. Avrei sempre voluto infrangere il divieto perentorio di abbordarlo per cercare all'interno della cabina di poppa una bussola, un sestante, una campana di bronzo, miracolosamente scampate alla rovina e ai saccheggi.
    Quando Bubu, ormai vecchio, non ce la faceva più a trascinarci fino al porto e si accontentava di stare accucciato tutto il tempo fuori dalla baracca dove il nonno teneva gli attrezzi dell'orto, anche io mi ero adattato alla nuova situazione stanziale. Verso sera, all'ora del nonno, passavo a salutarli, fingendo interesse per piselli, pomodori e carote. Una sola vicenda mi prendeva veramente: la crescita del cardo. Tutti gli anni il nonno allevava un cardo gigantesco che, a metà dicembre, doveva superarlo in altezza per essere poi trasportato trionfalmente in treno a Firenze, come regalo di Natale ad un suo amico e compagno di guerra con il quale aveva attraversato mezza Europa a piedi, per tornare a casa dalla prigionia in Polonia.
  • Il viaggio durato mesi, nei racconti romanzeschi che avevo sentito mille volte con imperscrutabili e improbabili varianti, era stato tragico per l'amico del nonno che ci aveva perduto la salute ed era stato costretto a cambiare radicalmente abitudini e vita. Da pastore sardo era diventato un restauratore di libri antichi. Trasferitosi a Firenze in casa di un fratello, emigrato a sua volta sul continente nel dopoguerra per sfuggire alla miseria, aveva finalmente trovato la fortuna nel modo più bizzarro. Quando nel novembre del '66 l'Arno aveva invaso e stravolto strade e palazzi di Firenze, la sua botteguccia di rilegatore era stata sommersa da richieste di restauro di preziosi volumi sconciati dall'acqua e dal fango della piena.

codice

  • Il magro reddito di un rilegatore di periferia era stato rapidamente dimenticato. Sommerso dalle richieste, nel tardo autunno aveva ottenuto dai frati l'uso di un vasto loggiato arioso dove stendere ad asciugare i maestosi infolio, lavati dalla melma con l'aiuto di studenti volontari venuti da mezzo mondo e di tre garzoni locali, assunti con coraggio, sull'onda dell'entusiasmo solidale che si respirava in quei giorni a Firenze: irripetibile e sconosciuto in città fin dai tempi di Dante.
    Per immeritevole fortuna o per un talento insospettato, aveva raggiunto l'apice della gloria professionale quando aveva inventato un balsamo rigeneratore delle vecchie pergamene, a base di grasso di pecora e di altre sostanze tenute gelosamente segrete. La sua origine sarda non era stata estranea alla scelta, si disse.
  • Fine della storia?
  • Direi, le abbiamo usate tutte quattro e nell'ordine giusto. Adesso, dopo 'sto cargo sardo non vorrai mica mangiare un cardo tardo?
  • Absit iniuria verbis! Piuttosto, cosa ci meritiamo, sangiovese o lambrusco?
  • Lambrusco, stasera e ci facciamo portare anche qualche crescentina calda, prosciutto e stracchino.
  • Amen.

giovedì 13 novembre 2008

A bizzeffe

gio. 13 novembre 2008 A bizzeffe

  • A bizzeffe!
  • La butti sul quantitativo, oggi. Ti facevo più qualitativo, con questo bel sole autunnale.
  • Dici? Secondo me a bizzeffe ha anche un retrugusto qualitativo, come il sangiovese.
  • Ah, dici che se lo giro abbastanza a lungo nel bicchierone a palla salta fuori un profumo che mi era scappato al primo sorso?
  • Mah? Bisognerebbe provare, ma non è mica facile trovare il bicchiere adatto per delle parole..,
  • ... così obsolete.
  • Chissà se c'è una valle chiusa, di quelle scomode da raggiungere, dove i montanari ti sparano degli abizzeffe come niente fosse?
  • Hai notato anche tu? E nessuno ci fa caso, come fosse la cosa più normale del mondo. Che sia per la claustrofobia? Il sole tramonta presto, a tradimento, dietro i monti e...
  • ... tutti corrono a chiudersi in casa prima che venga buio e si mettono subito a mangiare la polenta davanti al focolare...
  • ... senza televisione.
  • Che sia per quello che parlano ancora così bene?
  • Di sicuro! Si sono salvati dagli elefanti di Annibale e dalle legioni romane, ma se avessero la televisione in casa ti saluto che parlerebbero così pulito.
  • E i libri? Quelli gli arrivano?
  • A dorso di mulo, però e solo stagionati. Roba buona.
  • Dei classici, solo dei classici. Non vorrai mica che carichino un povero disgraziato di mulo, con tutta la salita che ha da fare, con "Dove mi porta il cuore"?
  • E' una legge di natura come diceva Darwin: per aspera ad astra.
  • Chissà se parlava veramente latino come un libro stampato?
  • Sia come sia, doveva avere una pronuncia infame, ci puoi scommettere. Forse avrebbe fatto meglio ad accontentarsi del suo inglese.
  • Natura non facit saltus! Un inglese che parla latino... è contro natura. Avrebbe dovuto saperlo proprio lui per primo, ti sembra?
  • A bizzeffe.

Duomo di Modena

Capitello romanico del duomo di Modena

sabato 1 novembre 2008

Kandebù?

ven. 31 ottobre 2008  Kandebù?

Randolph ScottA distanza di trentun anni, un mese e cinque giorni, proprio nello stesso angolo del centro di Bologna mi sono ritrovato, per caso, di nuovo davanti ad un corteo di ragazzi che occupava tutta via Castiglione, ma ieri l'atmosfera, festosa e innocua, era completamente diversa. Nel settembre del '77 ricordo bene che, proprio lì, prima di svoltare a sinistra per via Farini per raggiungere il carcere che allora si trovava ad appena duecento metri sulla collina di San Giovanni in Monte, i più "duri", si tiravano sulla faccia i fazzoletti che avevano al collo, lasciando fuori solo gli occhi, come facevano i banditi durante l'assalto al treno nei primi film western con Randolph Scott
porci con le aliPochissimi brandivano verso l'alto le famigerate P38, vere e cariche che fossero, o solo innocue imitazioni. Le facce di quelli che le impugnavano, però, erano tutte vere e poco raccomandabili, a colpo d'occhio. Al corteo, enorme, partecipavano ragazzi venuti da tutt'Italia, compresi i temuti portantini del Policlinico di Roma e in aria volteggiavano a bassa quota, con un provocatorio rumore assordante, gli elicotteri della polizia: i porci con le ali, come venivano definiti da alcuni, piegando alla circostanza il titolo di un fortunato libro giovanilistico di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, uscito da poco.

Allora pare che fossero in centomila, ieri, invece, cinquemila, forse, o cinquecento o cinque, secondo le fonti ufficiose, ufficiali o governative. Il serpentone si muoveva a singhiozzo, occupando tutta la sede stradale, con qualche striscione, un po' di bandiere anonime dal rosso al nero, tenuto sveglio da un assordante musica rap e da una voce che incitava alla fiducia e alla consapevolezza dell'importanza dell'evento e della battaglia appena agli inizi: ancora una volta ce nest qu'un début, dunque. Qualche slogan non particolarmente memorabile, accenni di ballo, assenza di simboli di partito e di fischietti sindacali, atmosfera rilassata. Il numero esatto? Molti, uno più uno meno.

Io mi ci sono mosso in mezzo tranquillamente, cercando di catturare con il telefono un filmatino con uno striscione e lo sfondo dei palazzi medievali e la torre degli Asinelli, ma non ne ho cavato niente di buono, per mia imperizia e modestia dello strumento, non certo per essere stato ostacolato. Ai lati del corteo la gente non pareva né sorpresa né indispettita, guardava come si fa con il Po in novembre, quando è bello pieno, ma ancora lontano dai livelli di guardia; soltanto un'elegante signora ha arricciato il naso con aria seccata, mentre avanzava indisturbata controcorrente verso le sue diverse mete ed il suo destino. Di più non si può pretendere, direi.

Dopo pranzo, tornando dal ristorante a ricuperare la moto, lasciata al di là del placido fiume umano, due ore prima inguadabile, ma ormai svanito, ho attraversato piazza Maggiore dove si attardava uno sparuto gruppo di ragazzi seduti in cerchio sul "crescentone"; alcuni avevano un quadernone per gli appunti, aperto sulle ginocchia. Mi hanno ricordato i bambini in visita al museo, seduti a terra davanti ad un quadro mentre ascoltano la maestra che glielo spiega. Dietro, verso il Pavaglione, un gruppo più numeroso di adulti, in piedi, ascoltava e interloquiva pacatamente con un signore ben vestito dell'argomento del giorno, allargandosi alla politica in generale e all'economia. L'oratore parlava stando in piedi su di un panchetto di plastica non più alto di due spanne; i piccioni becchettavano tutt'intorno, fingendosi disinteressati.

Studenti in piazza

..uno sparuto gruppo di ragazzi seduti in cerchio sul "crescentone" e, dietro, un più numeroso gruppo di adulti in piedi...

Sostenibilità

gio. 30 ottobre 2008  Sostenibilità

Prix Pictet 2008

 

Con questa magnifica foto di Roman Signer s'inizia una proiezione in formato flash di una rassegna di foto presentate al concorso fotografico parigino "Prix Pictet 2008". Tema: la sostenibilità, con particolare riguardo, quest'anno, all'acqua.

Se vuoi goderti l'intera sequenza preparata e offerta dalla BBC, clicca qui o sulla foto.

lunedì 20 ottobre 2008

Quattro su cinque

lun. 20 ottobre 2008  Quattro su cinque

Quando la raffica si abbatté con imparziale efficacia sugli sfaccendati in chiacchiera, in piedi fuori dal bar a fumarsi la sigaretta dopo il caffè, c'era poca gente in giro, molti erano ancora a pranzo e dalle finestre aperte arrivavano in strada le ultime notizie di cronaca del telegiornale. Ne erano rimasti a terra, immobili, cinque su cinque: stesi tutti. Con il casco integrale e la visiera scura abbassata, giubbotti di pelle e jeans, gli assassini si allontanarono in moto con calma, irriconoscibili come il destino e altrettanto indifferenti.

moto killer


Quando il ronfare del bicilindrico si spense del tutto in lontananza, il più fortunato, sanguinante e azzoppato, cominciò a scappare come se fosse inseguito e sparì, senza dire una parola. I primi che si affacciarono alle finestre lo videro svoltare per il vicolo a destra, ben prima dell'arrivo del solito corteo di ambulanze e pantere della mobile. I barellieri ne portarono via quattro chiusi nei sacchi. I poliziotti segnarono con il gesso la posizione dei corpi sulla strada, fotografarono asfalto e muri, raccolsero i bossoli e le prime testimonianze. Nessuno della zona aveva visto sparare; riferirono solo che un passante, un tipo comune, sparito a sua volta, forse aveva assistito a tutta la scena, ma nessuno lo aveva riconosciuto, parlava italiano, però; prima di andarsene a piedi, al telefonino aveva detto: "Quattro su cinque. Dilettanti!"

venerdì 10 ottobre 2008

Capo e coda

ven. 10 ottobre 2008  Capo e coda

Ieri l'altro mi sono alzato insolitamente presto per accordarmi con un meccanico e con il venditore della mia auto (teoricamente tuttora garante della sua salute meccanica) per riparare un guasto che la costringeva ferma vicino a San Leo in Romagna. Esaurite le telefonate, ho deciso di utilizzare il resto della mattinata per provare a pubblicare on-line una selezione di miei racconti scritti negli ultimi anni decidendone al volo il titolo, premeditato in parte uscendo dalla pizzeria la sera precedente. Per la foto che ho inserito nella copertina mi sono lasciato guidare dall'interesse che aveva riscosso sulla mia pagina di FLICKR sulla quale sto pubblicando una selezione di mie foto.
Già da tempo avevo guardato con curiosità Lulu e Boopen e nel corso della scorsa estate avevo letto la pubblicità su La Repubblica di ILMIOLIBRO. Ho deciso in favore di quest'ultimo. La procedura di pubblicazione è abbastanza semplice, con un numero d'inciampi e di piccole oscurità accettabile. Ho scoperto, ad esempio, che la presenza della sola iniziale seguita dal punto (una "C.", nel mio caso) per abbreviare il middlename, genera fuorvianti messaggi d'errore e impedisce di procedere nella registrazione al sito. In compenso, superato il trabocchetto, l'invio del file del testo, opportunamente reimpaginato e reindicizzato in precedenza per conformarlo alle dimensioni della pagina (150x230 mm), fila via liscia. 
La generazione della copertina personalizzata avviene abbastanza facilmente, salvo il fatto che la foto inviata viene inopinatamente francobollizzata, senza alcun avviso o criterio di riduzione esplicitamente dichiarato. Ho impiegato tre tentativi per "indovinare" la misura giusta dell'immagine (un file .jpg) da inserire sotto il titolo, dopo la selvaggia potatura inflittale dal sistema. E' chiaro che si tratta di una struttura ancora acerba che i programmatori dovranno perfezionare. Importante e commendevole è, invece, la possibilità di controllare l'impaginato (in forma di un file .pdf) prima di decidere la pubblicazione. 
Ora sono in attesa di vedermi recapitare da un corriere le copie in "carta e ossa" che ho ordinato. Quasi certamente, verrà ad un'ora in cui la casa è vuota e mi lascierà un avviso attaccato al campanello, misterioso come una tavoletta assira in caratteri cuneiformi. 
Bisogna sapere, infatti, che gli autisti dei corrieri, ormai, sono come i tassisti di New York, stranierissimi da ascoltare quando parlano, ma ancora più strabilianti quando scrivono. Del resto, se facessi l'autista di un corriere a Fez credo che farei una figura anche peggiore nel lasciare un bel post-it giallo in arabo sul campanello di un signore marocchino. Peccato che il gruppo dell'Espresso che possiede ILMIOLIBRO non abbia optato per le care vecchie Poste italiane, tanto vituperate, ma molto più economiche e amichevoli dei corrieri, tanto in voga in ambienti manageriali e tanto odiati cai comuni cristiani.

Racconti di A.C. Candeli

Molto piacevole, infine, è stato l'immediato arrivo di alcuni giudizi, tutti lunsinghieri, da parte di sconosciuti lettori, imbattutisi nella transitoria pubblicità del nuovo libro fra le pubblicazioni "fresche di giornata" sulla home page di ILMIOLIBRO. Sorprendente soprattutto la velocità dei recensori. Mi hanno fatto piacere, anche se non hanno certo suscitato la stessa emozione di quando, centomila anni fa, vidi in bella mostra il mio primo libro nella storica vetrina di Zanichelli sotto il Pavaglione a Bologna o da Feltrinelli in galleria a Milano, quando per ragioni esclusivamente alfabetiche, mi ritrovavo nel catalogo degli autori Zanichelli la riga sopra quella di Giosuè Carducci.

Sono curioso di vedere cosa capiterà di questo nuovo mezzo ibrido, semi-elettronico e semi-tradizionale, ancora acerbo, ma forse promettente, quando avrà trovato la sua specificità, aggiungendosi ai più consolidati strumenti di diffusione della cultura.

Per chi fosse curioso di saperne di più sul libro di cui ho parlato finora, o voglia farselo inviare a casa per leggerselo, sappia che si tratta di "Capo e coda" e si trova qui. Per averne un assaggio, clicca sull'icona "visualizza anteprima" di quella pagina, (o direttamente qui) e potrai leggerne le prime otto pagine in formato pdf.

lunedì 15 settembre 2008

David Foster Wallace



lun. 15 settembre 2008  David Foster Wallace

David Foster WallaceCon il dolore e la costernata commozione che si prova per la morte di un amico, ho letto oggi su "la Repubblica" della scomparsa di David Foster Wallace. Tutti i principali giornali in rete parlano oggi del suicidio dello scrittore quarantaseienne riconoscendone la grandezza e l'importanza che, quantomeno per "Infinite jest", rappresenta nella letteratura mondiale.

Come accadde per l'"Ulisse" di Joice, anche "Infinite jest" non creerà una scuola d'imitatori e seguaci, resterà un capolavolro isolato e irripetibile, a mio parere.

Come per Swift e Sterne, amatissimi, anche da Foster Wallace non potrò più aspettarmi un nuovo libro da leggere con spasso e ammirazione. Triste.

martedì 9 settembre 2008

Nulla

mar. 09 settembre 2008  Nulla

bici "Nulla""L'ultima novità per i ciclisti arriva da Londra dove il designer Bradford Waugh ha progettato «Nulla», una bici senza catena, raggi e forcelle con tanto di cambio automatico, che entra in azione appena si affronta una salita. I pedali trasmettono il movimento alla ruota attraverso un meccanismo nascosto nel telaio. I freni agiscono direttamente sugli ingranaggi che danno il movimento alle ruote. (Ferraripress)"

Guardando questa bella dream-bike senza mozzo, senza raggi, senza catena... mi è tornata in mente la vecchia storiella del bambino a cui hanno finalmente tolto le ruotine laterali da principiante che se la spassa con una bici "da grande" e gira e rigira in giardino sempre più spavaldo sotto gli occhi della madre in ansia: "Guarda mamma: senza una mano" ... "Guarda mamma: senza mani" ... "Guarda mamma: senza denti"
Credo che sarebbe la fine inevitabile dell'avventuroso che tentasse di cavalcare la "Nulla", invece di metterla in bella vista nell'angolo museo di casa.

Bella, però; me gusta muchoassai.

martedì 26 agosto 2008

Maratona olimpica

mar. 26 agosto 2008 Maratona olimpica

Quando il raffreddamento ad aria non basta...
è giocoforza ricorrere a quello ad acqua,
come è accaduto durante la maratona della scorsa domenica alle
olimpiadi di Pechino.

martedì 5 agosto 2008

Si dimenticano di respirare

mar. 05 agosto 2008 Si dimenticano di respirare

bebeAi tempi dell'Università mi capitò di ospitare nella mia grande casa vuota, in cui vivevo solo con il mio cane, un amico americano che, dopo aver frequentato il biennio di medicina a Bologna, era rientrato a New York per finire gli studi e tornava a trovare la morosa bolognese. Erano parecchi, allora, gli studenti americani, soprattutto ebrei, che non essendo riusciti ad entrare in un college prestigioso a casa loro venivano a studiare da noi e poi, immancabilmente, rientravano "a casa" dopo la laurea. Alcuni bravissimi, fra i quali il mio amico D., riuscivano ad anticipare il rientro a metà percorso, vincendo un'ammissione in uno dei college americani che riconoscevano pienamente gli studi fatti a Bologna.
Era un tipo simpatico, piuttosto piccolo e bruttino, ma molto spiritoso: una specie di Woody Allen, per intenderci, anche lui ebreo nuovayorchese. Fumatore accanito, era assillato da un dilemma insolubile: al risveglio, doveva accendere prima la luce o la Malboro già pronta in pole position di traverso sul pacchetto accanto all'accendino? Non so se con il passare dei decenni abbia preso una posizione definitiva, al riguardo.

Quando lo frequentavo io, parlava un discreto italiano in quanto a lessico e sintassi, ma aveva conservato una pronuncia assassina da film di Stanlio & Olio che rendeva comici anche gli argomenti seri di cui capitava di discutere. Leggendo ieri su RAINEWS la notizia di una bambina prematura salvata da madre e infermiere che con il solletico risvegliavano la bimba, quando i suoi polmoni smettevano di funzionare, mi è ritornato in mente, dopo più di trent'anni, il mio amico D. quando ci raccontava con la sua pronuncia comica che i bambini prematuri muoiono perché si dimenticano di respirare.

E' proprio vero, a quanto pare, quello che forse D. non sapeva è che basta fare loro delicatamente il solletico ai piedini perché se ne ricordino, come fanno tutti i bimbi nati dopo i canonici nove mesi.



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"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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martedì 20 maggio 2008

Talebani anti-plastica

mar. 20 maggio 2008 Talebani anti-plastica

Oggi, all'uscita dal ristorante sotto le due torri (quelle autentiche che durano da secoli), sono passato nel negozietto accanto dove vendono oggetti di tutti i tipi al prezzo di 99 centesimi. E' un posto simpatico e ben gestito dove la varietà della merce spazia dai fiori ai portacchiavi, dalla cancelleria alla piccola utensileria e molto altro. L'attrattiva più interessante non è data dalla enorme varietà, ma dal fatto che si rinnova continuamente, anche seguendo i ritmi stagionali: i capelloni di paglia da pittrice open air al posto dei berretti da neve di maglia, per esempio.

Il personale che si avvicenda alla cassa e che rinnova la merce sugli scaffali, tutto rigorosamente nostrano, è molto efficiente e, cosa ancora più rara ormai, simpatico. Insoma vale un giretto di cinque minuti, anche senza comprare nulla, godendosi le chiacchiere rapide, ma rilassate degli avventori alla cassa.

Oggi riscuoteva i soldini un signore con i capelli bianchi, un tipo cordiale, un simpatico da tutta la vita che, con il passare degli anni, non si è spento o inacidito. Al mio turno mi ha chiesto, come agli altri che mi avevano preceduto, se gradivo una sportina di plastica. Al mio grazie, mi ha chesto se era un grazie sì o un grazie no. Approfondendo al volo l'argomento ho saputo che esitono i GRAZIE NO! ideologici, di quelli che non vogliono proprio contribuire alla catastrofe del pianeta accettando un sacchettino di plastica: il demonio inquinatore.

Ripensandoci, mentre tornavo a riprendere la moto, in larga misura fatta di plastica (sia benedetta la sua leggerezza), mi è sembrata una storia fantastica. I due oggetti che ho comprato oggi per un euro e 98 centesimi, sacchetto compreso, sono un piccolo monumento alla duttilità, efficienza ed economicità della plastica di cui io sono da sempre un gratissimo estimatore. Si tratta di un robusto astuccio per alloggiare ordinatamente 40 cd, al riparo da polvere e graffi ed in pochissimo spazio, che avrà ragione dell'ingombro e del disordine attuale dei cd sparsi nei ripostigli dell'automobile e di quattro attrezzi da cucina leggeri, silenziosi e delicati sui rivestimenti di teflon di padelle e tegami.

oggetti di plastica

Quando sento gli anatemi di questi nuovi taliban anti-plastica non posso evitare di pensare ai pesantissimi secchi di ferro zincato che si tenevano fra le ginocchia durante la mungitura o per pescare l'acqua dal pozzo: un solo secchio pieno era il massimo trasportabile a due mani da un bambino come me, sempre che il percorso fosse breve.
Ricordo anche una notte insonne, da ragazzo ad Amsterdam, funestata per ore dal frastuono delle operazioni di scarico delle gabbie di ferro da dodici bottiglie di vetro del latte. Solo chi non ha vissuto prima della rivoluzione che la plastica ha introdotto, silenziosamente e umilmente, nella nostra vita può demonizzarla rifiutando ipocritamente un sacchettino per trasportare gli oggetti di plastica che ha appena comperato.

Come sempre, bisogna evitare gli eccessi e gli abusi. E' intollerabile l'inutile prevalenza in peso o costo delle confezioni di medicinali, piccoli oggetti, alimenti e bevande. Insomma, anche con la plastica non bisogna esagerare, ma per raddrizzare il timone non servono i fondamentalismi ideologici e i vade retro satana di questi improvvisati salvatori del mondo. Demonizzare è sempre stata una brutta abitudine e tale rimane anche se applicata ai poveri sacchettini da un grammo.



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martedì 13 maggio 2008

In caso di squalo...

lun. 12 maggio 2008 In caso di squalo...

...ficcagli un dito nell'occhio. A quanto leggo sulle news di Yahoo!, un giovanotto australiano di 36 anni, mentre faceva il bagno a 80 metri dalla sua spiaggia preferita nell'Australia occidentale è stato attaccato da uno squalo bianco di quattro metri, inizialmente scambiato per un innocuo delfino. Morso ad una gamba, ha avuto la prontezza di infilare un dito in un occhio del pesce che lo ha prontamente lasciato.

Nel caso mi capitasse un'avventura del genere, mentre faccio il bagno sul selvaggio Adriatico occidentale, ora so cosa fare.

squalo

La bella foto di uno squalo è tratta dall'album di mathetdjam su Flickr



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venerdì 18 aprile 2008

Effetto farfalla

ven. 18 aprile 2008 Effetto farfalla

Attrattore di LorenzLeggo sulla Stampa on-line di oggi un interessante articolo in ricordo di Edward Norton Lorenz, morto ieri a 90 anni. Il celebre meteorologo è il padre della teoria del caos, ora applicata ad una schiera di fenomeni ben più vasta della meteorologia, che spiega la difficoltà estrema di giungere a previsioni meteorologiche attendibili, a dispetto della fittissima rete di stazioni di rilevamento e dei potentissimi calcolatori dedicati alla elaborazione dei loro dati, secondo modelli matematici sempre più raffinati.

La teoria di Lorenz (Deterministic nonperiodic Flow), divulgata giornalisticamente con la fortunata frase: "il battito d’ali di una farfalla in Brasile può scatenare una tempesta in Texas" è comunemente citata con la formuletta sintetica "effetto farfalla".

Curiosamente la rappresentazione grafica del modello matematico a cui Lorenz diede il nome di «attrattore strano», tipico dei fenomeni non lineari, è quello di due complicate spirali che assomiglia proprio alla forma di una farfalla stilizzata, come vedi qui a destra.



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giovedì 17 aprile 2008

Una legna non fa fuoco

gio. 17 aprile 2008 Una legna non fa fuoco

Una legna non fa fuoco
due legne ne fan poco
tre legne focherello
quattro legne fuoco bello

All'ora giusta, Luisa entrava nella stanza, apriva la finestra e annunciava l'ora e il tempo: "Buongiorno. L'è bele set or. A ghe fred. Incò a siga i melvistì. St'atenti: a ghe dal gias, per tera." Sembrava che fosse il tempo ad obbedire alle sue parole. Evocava i giorni, uno dopo l'altro, distribuendo come si conviene le giornate di nebbia, quelle di sole e di pioggia, secondo ritmi e scadenze immutabili, consolidate in millenni di vita contadina e rispecchiate dai proverbi. In cucina, il banchetto mattutino di pane secco e sbriciolato radunava i passeri del circondario sul davanzale di marmo della finestra vicina alla stufa, già accesa da tempo. Il grande tavolo quadrato era apparecchiato a metà, con tovaglie ricamate a punto croce che si usavano solo per la colazione. Fra le due finestre, il pendolo con la lancetta dei minuti soggetta alla legge di gravitazione universale più che al contingente imperio degl'ingranaggi, segnava un'ora approssimativa, poco più precisa dell'ombra del sole, ma adeguata ai ritmi di vita.
La grande tazza di ceramica senza manici, pronta per il latte, bollente sotto lo strato di panna, era sempre la stessa, come il piccolo tagliere con il pane secco tagliato in piccoli cunei irregolari, molto più grandi di quelli destinati ai passeri. Il vasetto di marmellata nera di amarene, brusche e squisitissime, e la caffettiera colma e fumante completavano l'apparecchiatura. Mentre mangiavo la zuppa di caffè e latte, quasi sempre arrivava l'uovo sbattuto con lo zucchero, spumoso e pastoso come panna montata. Le varianti alla "colazione" erano rare e se ne discostavano di poco, con giusta ragione.
A volte un panino francese croccante e leggero, ancora tiepido di forno o un pezzo quadrato di stria con il sale grosso in superficie e qualche briciola di ciccioli secchi o gli avanzi di gnocco fritto, tagliato a rombi, da intingere di punta nel caffelatte o nella cioccolata fino a riempirne la bolla maestosa che ne attestava la perfezione.

gnocco fritto


Solo il giorno di capodanno anche i bambini potevano avere un mezzo bicchierino di Sassolino in cui intingere una fettina di spongata, dura di mandorle e canditi, e coperta da uno strato compatto di zucchero a velo.
"Et magnè a basta? ...alora, va mo là, e fa a mot."



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Cartongesso

mer. 16 aprile 2008 Cartongesso

arabia- … carbon gesso?
- No cartongesso, con il T, come cartone
- Ah, col T, avevo capito che fosse col B come Arabia.
- Cosa c’entra l’Arabia col cartongesso?
- Se non lo sai tu, io non l’avevo mai sentito nominare prima. E a cosa servirebbe, poi, questo cartongesso, fuori dall’Arabia?
- Per fare i muri, principalmente.
- E secondariamente?
- Certe cose hanno solo un uso principale, come il sapone per lavare.
- Mai dato il sapone a un cassetto scorbutico per farlo scorrere meglio?
- Hai ragione, però non ho mai sentito di qualcuno che, invece, ci abbia messo il cartongesso, anche se teoricamente…
- … o ipoteticamente…
- Sì anche ipoteticamente. Non si può mai dire con questi materiali nuovi. Magari scaldato o sbriciolato, chissà che proprietà ha.
- Però sbriciolare un muro per far scorrere un cassetto non mi sembra una gran mossa, neanche ipoteticamente.
- Infatti; praticamente non lo fanno mai, almeno qui da noi.
- E in Arabia?
- Be’ loro hanno già la sabbia pronta, mi meraviglierebbe che si mettessero a sbriciolare il cartongesso con tutta la grazia di dio che hanno sotto i piedi.
- Dici che adoperino la sabbia per far scorrere i cassetti?
- Non credo, sono nomadi; i cassetti e soprattutto i cassettoni sono poco adatti da caricare sui cammelli.
- Io non ci sono mai stato, ma su questo sono d’accordo con te.
- Perché su cosa non sei d’accordo, invece.
- Su niente teoricamente, ma in pratica potrebbe presentarsi un’occasione per non essere del tutto d’accordo, un giorno o l’altro.
- indovinoFammi indovino che ti farò ricco.
- Lo farei subito se fossi capace. Credi che non lo farei? Poi converrebbe anche a me, per diventare subito ricco.
- E’ solo un modo dire.
- Insomma se ti facessi indovino tu non mi faresti neanche ricco? Non posso crederlo.
- Ti farei ricco di sicuro. Te l’ho promesso e io sono uno di parola.
- Anche questo è solo un modo di dire, allora.
- No, no è un modo di fare. Dì di no. Ti ho mai mangiato la parola, che tu sappia?
- Che io sappia no, ma non ti posso mica stare dietro col fiato sul collo , giorno e notte, per vedere se sei di parola. Sarebbe indelicato.
- Meglio soli che male accompagnati, ma chi trova un amico trova un tesoro.
- Specialmente se il suo amico è un indovino che lo farà ricco.
- Sì, va bene, però smettiamola di parlare sempre di soldi.



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martedì 15 aprile 2008

Paloma blanca

mar. 15 aprile 2008 Paloma blanca

Lapland"Una paloma blanca como la nivea"
"Nieve, vorrai dire."
"E’ più blanca della nivea, possibile?"
"No, ma è bella blanca, come la nostra neve"
"Non tanto blanca, allora"
"E’ spagnolo"
"… avessi detto esquimese; gli spagnoli sono come noi: mangia pane, bevi vino"
"Questo è vero, però la Spagna è più vuota di noi"
"Ti piace il pieno?"
"E’ il fitto che non mi piace"
"Questo è vero, eppure c’è un mucchio di gente che lo cerca; pensa a Rimini"
"…s’un si pigia, un ci si diverte"
"L’hai sentito a Rimini?"
"No a Siena"
"Hai cambiato argomento, allora"
"Hai ragione, m’hai fatto venire in mente il Palio"
"Bellissimo, per andarci una volta m’è toccato di rubarmi la macchina"
"La tua?"
"Sì, m’ero scordato le chiavi in tenda all’isola d’Elba e la macchina era a Piombino"
"E come hai fatto, allora?"
"Con un coltello esquimese col manico di betulla"
"In un modo o nell’altro gli esquimesi c’entrano sempre"
"E’ vero. Chissà come fanno, che sono così pochi?"
"Pochissimi, la seconda volta che sono stato dalle loro parti non se ne vedeva uno, poi d’improvviso ne ho visti sei o sette compresi dei bambini, sembravano zingari, dai vestiti e dalla confusione che facevano"
"Che non fossero proprio zingari, di quelli ce n’è ancora"
"L’ho pensato anche io, ma eravamo nella Lapland"
"Allora erano Lappòni"
"Credevo che si dicesse Làpponi"
"T’è capitato di ascoltare quei sistemi di lettura computerizzata? Sbagliano tutti gli accenti"
"Come gli stranieri; magari fanno un bel discorso logico, proprio come noi, ma sbagliano gli accenti."
"E’ il particolare che ti frega, diceva sempre mio padre"
"E’ vero, come in quei film di spionaggio dove va tutto liscio, anche delle faccende impossibili, poi, per una sciocchezza, li scoprono e li mandano in Siberia"
"Quella sì che è bella vuota. C’è un buco immenso, un cratere, ma non di un vulcano, di un meteorite, e non se n’erano nemmeno accorti"
"Ma pensa, da noi se il Vesuvio tornasse a fare il matto, altro che Pompei ed Ercolano stavolta"
"E’ vero, lì sì che c’è un bel fitto, a proposito"
"Ormai non ci si passa più. Se posso, Napoli la schivo. Preferisco andar giù per l’Adriatico"
"Bello, specialmente d’inverno, quando torna verde e limpido anche dalla nostra parte, come in Dalmazia"
"Hai visto quanti zingari?"
"… e tutti con dei macchinoni lunghi da qui a là. Dove li prenderanno poi…"
"Per strada: mors tua, vita mea"
"Mah? Una volta facevano i calderai e i mercanti di cavalli: andavano in giro per le campagne a rappezzare e stagnare caldaie e paioli di rame, adesso la polenta si fa in cinque minuti nella pentola a pressione"
"E viene buona"



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domenica 13 aprile 2008

Pausa pranzo

dom. 13 aprile 2008 Pausa pranzo

  • bicchieriScrivere una lettera che preannunci l'intervista
  • Chiarire bene che lo scopo è fare un'indagine
  • Un intervistatore solo. L'altro, eventuale, assiste in rigoroso silenzio
  • Cominciare l'intervista a registratore spento e assicurare
    l'anonimato prima di accenderlo
  • 45-75 min. NO MORE

La pizza, bella al momento dell'atterraggio sul tavolo, era stata deludente; sopraffatta dal gusto di un prosciutto anemico e mal disposto restava a ingombrare metà del piatto. Sboconcellata, fredda, quasi repellente. Ci sarebbe voluto un ragazzo in gita scolastica per arrivarci in fondo.
Dietro la grande vetrina di plexiglass con le fiamminghe di melanzane, pomidoro gratin e asparagi fuori stagione galleggia la nuova barista fra bottiglie e bicchieri appesi a testa in giù come sulle navi. Si muove come una sirena a mezzobusto, asciugando e lucidando con un tovagliolo verde i bicchieri. Quello del nocino, sul tavolo, è ormai vuoto. E' quasi efebica, ma femminile nelle movenze. Sorride fra sé. A cosa pensa? E' giovanissima, pallida, con i capelli troppo neri. L'ombelico, a tratti scoperto dalla maglietta bianca, sottile e scollata, distrae lo sguardo dai piccoli seni aggressivi. Il flou dei vetri di plastica che la separano dalla sala non giova ai suoi lineamenti giovanili. Quasi sommersa dal brusio degli avventori, una radio lontana parla fra rumori spaziali o da flipper. L'ascolta solo lei, forse.
Al tavolo di fronte, bancari in uniforme grigia si attardano in pettegolezzi di lavoro sovrastati da pennacchi vegetali dai colori improbabili a lambire il soffitto e da altrettanto improbabili trofei di pesca fra anticaglie da rigattiere che ostentano una polvere secolare. "La quattrostagioni? Buon appetito." Il cameriere sardo in camicia bianca, magro oltre ogni moda, fruscia fra i tavoli al rimorchio di una cravatta nera di lutti dimenticati.
I due fratelli gestori rimpallano con alterna disinvoltura la loro euforica pinguedine napoletana fra gli angusti passaggi. Una fontanella a fungo perpetua la sua cascata sghemba sui pesciolini rossi, indifferenti al tesoro di monetine portafortuna sul fondo della vasca.
La pipa tira bene. Fuori dai vetri una mandria di motorini allineati al freddo attende il ritorno del padrone. Sintomi e cascami del Natale incombente assediano ogni angolo risparmiato dal traffico. Baracche invereconde sotto ogni arco di portico di fronte alle vetrine più eleganti scoraggiano qualsiasi velleità di passeggiata. "Post prandium, lento pede...", ma non è proprio il caso. E' troppo presto per rincasare e sfuggire al calpestio incessante dei compratori di doni e al ruggito rauco degli autobus.
Non resta che riparare di nuovo al secondo piano nell'ufficio vuoto e quasi buio dove veglia il computer in attesa. Un colpetto sul mouse e lo schermo si rianima dalla pausa-pranzo: "Defrag completato".



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lunedì 7 aprile 2008

Santarcangelo di Romagna

mar. 08 aprile 2008 Santarcangelo di Romagna

Come scriveva Cesare Clementini, storico riminese del 1600: “E’ situato S. Arcangelo distante da Rimino sette miglia, sopra un vago e dilettevole colle di quelli che confinano coll’Appennino e d’ogni intorno scuopre città, ville, castella, monti, campagne, mare e fiumi…” ed è così ancora oggi, anche se la presenza di auto parcheggiate nelle strette vie del borgo antico adagiato sul colle Giove è piuttosto spoetizzante e diventa una vera maledizione per il fotografo in cerca di scorci caratteristici.

Santarcangelo di Romagna

Sabato scorso ci siamo tornati a distanza di alcuni anni dal'ultima visita e il simpatico ricordo che ne conservavamo è stato confermato pienamente. In una bella giornata fresca fuori stagione ci siamo ritrovati a camminare piacevolmente quasi da soli per le stradine del borgo che, per fortuna, non è stato sanmarinizzato dal turismo di massa, ma è abitato normalmente da persone che hanno l'aria di viverci bene e dimostrano cura per i fiori e per la pulizia delle strade selciate.

Deludente è il castello, aperto alla visita di pochissime stanze ammobiliate un solo fine settimana al mese. A quanto ci hanno detto è proprietà di un ramo napoletano dei principi Colonna che vive a Posillipo e poco si cura del castello, dopo avere ottenuto fondi europei per restaurarlo. Peccato.

Cordiale, invece, l'accoglienza alla pro loco dove ci hanno fornito indicazioni utili e una buona piantina del borgo antico. La parte moderna, ai piedi del colle non è né meglio né peggio di altre cittadine della zona a parte la simpatica fioritura d'insegne, di lapidi e mattonelle con scritte e disegni spiritosi sulla vita del paese, non la solita malinconica lapide in versi ai caduti di tutte le guerre oppure il bollettino della vittoria del generale Armando Diaz, per intenderci.

Nell'album di foto scattate durante la passeggiata ce ne sono alcune fra le più divertenti, per vedere l'album clicca qui o sulla foto.



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mercoledì 2 aprile 2008

Castelvetro di Modena

mer. 02 aprile 2008 Castelvetro di Modena
Una settimana fa, al ritorno da un blitz a Fiorano per una incombenza pratica, abbiamo deciso di tornare a casa per stradine di collina prive di traffico e ricche di curve e di scorci inattesi.
L'album di foto è una raccolta d'immagini scattate dalla stretta strada che porta dal fondovalle al piccolo santuario della Madonna di Puianello e, nuovamente, giù fino a Castelvetro: un piccolo centro della collina modenese che ha saputo attuare un gradevole restauro conservativo.
Castelvetro - Modena

Io ricordavo Castelvetro di Modena com'era nel '966 quando dovevo raggiungerlo quotidianamente in auto da Bologna, anche dopo l'alluvione del 4 novembre che abbatté i ponti di Spilamberto e Vignola sul Panaro. Tutti la ricordano per i danni molto più clamorosi dell'Arno a Firenze.
Era un paese tranquillo con municipio, chiesa, scuole, caffè, sali&tabacchi e un barbiere con cui giocare a scacchi. Quell'anno, la scuola media non aveva aule a sufficienza per i ragazzini del paese e di un vasto circondario, così a me, giovanissimo supplente annuale, toccò la fortuna di un aula ricavata al pianterreno di palazzo Rangoni, di fronte alla chiesa parrocchiale a cui apparteneva. Sulle pareti solo il ritratto incorniciato del vescovo di Modena e, per riscaldarci, una poderosa stufa a legna Becchi con i regolamentari cassettoni ed un lunghissimo tubo precariamente fissato al soffitto.
La porta di accesso all'aula, aperta direttamente sulla piazza,  era la stessa semplice bussola a vetri smerigliati  di un precedente ambulatorio medico trasferitosi chissà dove. Così, capitava che durante le lezioni si affacciasse qualcuno in cerca del medico. L'espressione sorpresa del paziente mancato era sempre accolta con grandi risate dalle bambine di prima media.
Quando il tempo era buono ed il mio orario favorevole, mi portavo dietro il cane che gironzolava libero per il paese prima di venire ad accoccolarsi fuori della porta vetrata, non senza provocare insistenti richieste delle scolare perché lo facessi entrare.
Per mitigare l'austerità eccessiva dell'ambiente avevo lasciato che le ragazzine vi affiggessero manifesti dei loro idoli del momento e, in cambio della cortesia, loro mi avevano portato un bel poster di Marilyn Monroe che avevano appeso alla parete di fronte alla cattedra. Ci eravamo anche costruiti un planisfero ed una bella carta d'Europa con pastelli colorati.  Il risultato assomigliava abbastanza alle carte ufficiali ed era, comunque, meglio di niente.
L'impresa aveva galvanizzato le scolare e l'aula era diventata uno spazio "loro" in cui passavano volentieri la mattina a studiare, finché una brutto giorno abbiamo trovato le pareti spoglie: il ritratto del vescovo era rimasto nuovamente solo.
I bidelli avevano ricevuto dalla sede centrale di Spilamberto l'ordine telefonico della preside, mai vista né sentita, di staccare e buttare via tutto. Un sopruso bello e buono frutto di ottusità, per non dire altro. Il prete, un simpatico ragazzo, padrone di casa e insegnante di religione, era completamente estraneo alla vicenda e sorpreso dell'accaduto quanto noi. Non sapemmo mai di chi o di che cosa avesse avuto paura la preside assenteista.


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giovedì 27 marzo 2008

Giretto a Brisighella

gio. 27 marzo 2008 Giretto a Brisighella

Brisighella - via degli asini

La via degli asini

Nel primo pomeriggio dello scorso otto febbraio siamo tornati a Brisighella, un centro termale ad una dozzina di chilometri da Faenza nella valle del Lamone in provincia di Ravenna.
La collina faentina è una delle nostre mete ricorrenti per la dolcezza del paesaggio ricco di frutteti e vigneti. e Brisighella è uno dei centri più caratteristici con le tre colline selenitiche sormontate dalla Torre dell'orologio, dal castello dei Veneziani e dalla Chiesa di Monticino.
Celebre è la via degli asini, un tempo percorsa da carri carichi di minerale gessoso delle vicine cave, ora chiuse e trasformate in parco. La via, ora è inglobata nelle case e illuminata da aperture ad arco, come appare nella foto. Con i suoi 7500 abitanti ha l'aria di un paese tranquillo dove è piacevole passeggiare, magari salendo per un sentiero con scale ripide fino alla torre dell'orologio per ridiscendere in paese passando sotto al castello dei Veneziani, ora in restauro. La giornata era fresca e luminosa e scattare qualche foto è stato inevitabile.

Cliccando qui o sulla foto potrai vederne una selezione raccolta in forma di album



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