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venerdì 29 febbraio 2008

SCAM: le truffe via email

lun. 06 marzo 2006 SCAM: le truffe via email

"Sono erede di un considerevole patrimonio in Nigeria e ho bisogno dell'aiuto di un gentiluomo, quale Lei è, che mi aiuti a tornarne in legittimo possesso, dietro cospicuo compenso..." Questo, in estrema sintesi, il succo di messaggi circostanziati, ben scritti in lingua inglese e lunghi trenta o quaranta righe che non variavano nella sostanza della richiesta, ma si coloravano di particolari diversi riguardo ai luoghi, alle circostanze, alle persone.

In quelli che arrivavano nella mia mailbox, una volta la preghiera proveniva dalla vedova di un alto dignitario africano, altre volte da un parente che tutelava un'orfana ricchissima nigeriana sfuggita alle persecuzioni in patria o altro ancora, ma quello che non cambiava mai era la strabiliante entità della somma promessa come compenso.
Dopo le prime e-mail del 1997 o 98 che lessi ai colleghi di allora per condividere l'ingegnosità e la novità della truffa, me ne sono arrivate tante altre di cui mi basta leggere l'intestazione per decidere di buttarle, insiema con quelle dei veditori di Viagra, di ville in California o di software a prezzi stracciati.
Proprio per questa natura trasparente di truffa, mi ha sorpreso leggere oggi sulle news di ZDnet britannica che i figli di un celeberrimo psichiatra americano, ora ottantanovenne, ma tuttora attivo all'Università di California, gli hanno intentato una causa d'interdizione per avere sperperato più di un milione di dollari in questo tipo di truffa postale, chiamata in America email scam.

Conosco molto bene, ahimè, lo spam: la pubblicità indesiderata via email che affligge tutti noi, ma non conoscevo il neologismo "scam", assente anche sui dizionari inglesi più aggiornati, così, Google alla mano, ho cercato d'informarmi e ho scoperto che, a dispetto della mia ignoranza, descrive un fenomeno ormai diffuso e documentato che si è diffuso anche in altre forme.

scammersEsistono gruppi di discussione sullo scam e, con il medesimo scopo di difesa, c'è un intero sito dedicato all'argomento, ben fatto ed aggiornato ( http://www.stop-scammers.com/ ). Inizizialmente, mi ha sorpreso il leggere che la variante di scam più diffusa oggi è opera di giovani donne di bell'aspetto -sempre che la foto che esibiscono sia autentica- che cercano e offrono compagnia via email. Il sito scheda le scammer che vengono scoperte ed elenca gli scenari su cui si muovono con maggiore o minore abilità, finezza e perseveranza.

Queste truffatrici postali, una volta preso il pesce all'amo, lo allettano e blandiscono con email sempre più frequenti, personali e coinvolgenti con lo scopo finale di farsi mandare del denaro; ottenutolo spariscono nel nulla.

Stabilita una sufficiente confidenza e intimità, le scammer chiedono il denaro, ad esempio, inventandosi una malattia, personale o di un figlio o di un anziano genitore, che richiede un'operazione chirurgica o costose medicine, introvabili nel loro paese.

Un'altenativa alla malattia è il viaggio per incontrare il loro caro corrispondente postale, ormai ansioso di conoscere di persona la bella interlocutrice lontana: una bella giovanottina bionda russa o ucraina o, perfino una tipica nigeriana (pelle chiara, capelli lisci, occhi leggermente a mandorla).

In questo caso, il denaro viene richiesto per i biglietti e le pratiche burocratiche di espatrio, l'ottenimento del visto ecc.

La terza variante più diffusa è la richiesta di rimborsi per le spese di noleggio del computer in un cyber cafe o simili, per la traduzione delle email dall'inglese al russo e viceversa ecc.

Anche in questi casi di truffa erotico-sentimentale lo scenario varia, come abbiamo visto, ma c'è una costante: appena ricevuto il denaro, la bella affettuosina svanisce nel nulla.

A ben vedere, la faccenda non stupisce più di tanto: l'avidità di denaro nel primo caso, il rincoglionimento erotico-sentimentale nel secondo, rappresentano le due debolezze principali, il terreno su cui i truffatori hanno costruito le loro trappole, da che mondo e mondo. Di nuovo, c'è soltanto lo strumento: l'email

La credulità truffabile ha un giro d'affari molto maggiore di quanto si possa pensare; secondo stime ritenute attendibili, in Italia verrebbero "devolute volontariamente" alle fattucchiere, maghe, negromanti, chiromanti, suggeritrici di numeri al lotto e simili attorno ai sei miliardi di euro all'anno, circa quanto alla chiesa cattolica con l'otto per mille dell'IRPEF.

Niente di strano, dunque, che il mercato truffaldino, un tempo florido nello spaccio di reliquie, come ci racconta Boccaccio (chi non ricorda la penna miracolosa dell'agnolo Gabriello), abbia in tempi più recenti affiancato agli amuleti, sempre vivi e intramontabili, fin dai tempi dei più antichi sciamani, la truffa televisiva ed infine, la posta elettronica.

Sarebbe stato triste vedere l'email disdegnata e discriminata dal popolo degli imbroglioni, da sempre numeroso, intraprendente, ricco d'inventiva e aperto al nuovo che avanza.

Stupisce di più che si sia fatto spillare un milione di dollari un celeberrimo psichiatra, seppure attempato, che delle debolezze dell'umana psiche dovrebbe essere esperto.

All'assalto, dunque, scammer del cyberspazio, siete arrivate ultime a contendere l'osso a orde agguerrite che, in cambio di oro, hanno spacciato per secoli sterco di toro, indici destri di santi venerabili mai vissuti, pozioni miracolose dal sapore emetico, sacre statuette piangenti sangue, combinazioni di numeri vincenti ed altro ancora.

Non temete: d'ingenui da mungere ce n'è abbastanza per tutti a questo mondo e la loro stirpe non si estinguerà mai, fatevi sotto sanza tema veruna e che i lari del WEB vi proteggano.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) lun. 06 marzo 2006 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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Barbie, tesoro, ora ti squarto

mar. 07 marzo 2006 Barbie, tesoro, ora ti squarto

Barbie"Barbie, tesoro mio, adesso che sono cresciuta ti stacco prima i capelli e poi la testa, ti faccio a pezzi e, alla fine, ti ficco nel microonde"
Secondo uno studio condotto dall'Università di Bath, nel Regno Unito, le accertate e diffuse torture e mutilazioni inflitte dalle bambine cresciutelle alle loro Barbie è tutt'altro che allarmante, anzi piuttosto comune e normale. Si tratterebbe di una sorta di rito di passaggio: ad una certa età, la bambolina viene percepita come un oggetto appartenuto all'infanzia che si vuole abbandonare, e, pertanto, la si butta via come gli adulti fanno con le lattine vuote. Diventa un oggetto senza più alcun valore.
Che ci sia qualche cosa nell'aspetto della bambolina che suscita tanta violenza al momento del distacco, non viene detto nell'articolo dell'Associated Press . Io, invece, un pensierino del genere lo farei: a me è sempre sembrata odiosetta. Resta il fatto che l'inchiesta non menziona orsacchiotti e cagnolini finiti nel forno, dopo un rituale di squartamento degno un filmaccio horror. Come mai?

Diverso è l'atteggiamento dei maschietti nei confronti dei giocattoli equivalenti della loro infanzia: niente odio e violenza, a quanto risulta. Una spiegazione feroce di questo diverso comportamento potrebbe essere questa: il maschio non cresce mai, è un puer aeternus.

Nonostante la strage in atto, la portavoce della Mattel, produttrice di Barbie, ha risposto in modo molto sereno all'intervistatore che chiedeva di commentare lo studio della Bath University e non dubito affatto che fosse una tranquillità autentica: ne vendono tre al secondo, in giro per il mondo.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 07 marzo 2006 Invia un commento all'autore
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Serendipity

gio. 16 marzo 2006 Serendipity

TutankamonAvevo già letto (e dimenticato) il termine serendipity su di un manifesto di lancio di un film, ma pensavo fosse una di quelle invenzioni holywoodiane che sperano di creare un successo con un termine inconsueto, insomma niente di particolarmente interessante, se non addirittura fastidioso. Mi deve avere deragliato in questa direzione, a suo tempo, il titolo italiano del film che è stato tradotto affiancando all'originale "Serendipity" anche "- Quando l'amore è magia". Vade retro!

Solo ora ho scoperto che cos'è la serendipità, naturalmente in modo serendipitoso, leggendo sulle BBC news che, approfondendo gli studi, un sito nella Valle dei re è stato "degradato" da tomba di un faraone o di un alto dignitario, a laboratorio per l'imbalsamazione. Parlando delle ricerche archeologiche, in generale, l'archeologo intervistato affermava, per giustificare lo smacco: "Despite the advance of science, discoveries like this are often a variable combination of luck and serendipity"

Messo in bocca ad uno scienziato, il termine mi ha incuriosito.Che le scoperte in tutti i campi siano una coktail di sapienza e fortuna, lo sappiamo fin dalle elementari, ma che in questa complicata alchimia entrasse anche la serendipità, non lo avevo mai sentito. Stuzzicato, sono andato a spulciare i dizionari con Babylon (sia benedetta la mano che lo creò) e ho scoperto che, curiosamente(?), la s. è definita in modo diverso nei dizionari inglesi e italiani.

L'Oxford concise la definisce "the faculty of making happy and unexpected discoveries by accident" mentre l'Hazon Garzanti traduce il termine inglese come: "serendipità, fortuna strepitosa (nel trovare cose di valore senza cercarle)"
Come si vede, nella versione italiana si è persa totalmente la facoltà o capacità di... ("Lost in traslation", direbbe Sofia Coppola).

Non è una differenza da poco, direi. Nella versione nostrana è puro e semplice "culo", mentre in quella inglese il fortunato deve anche metterci del suo, avere una capacità o facoltà che non tutti possiedono: insomma è una sorta di Paganini della fortuna e io ne conosco uno di questi fenomeni: è mio figlio Marco che, nel corso della sua giovane vita ha trovato tanti di quegli oggetti preziosi che a me non basterebbe una vita da Matusalemme per arrivare "piazzato" alle sue spalle.
Ho sempre pensato che avesse una dote particolare, ora so che si chiama serendipità.
Buffo che per trovare la definizione giusta del suo dono sia dovuto passare per gli scavi di una pseudo-tomba di faraone nella Valle dei RE.



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Senza parole

dom. 19 marzo 2006 Senza parole

manifestazione per la pace

Oggi oltanto questa foto AP scattata durante la marcia per la pace a Londra, una delle tante, affollatissime, che si sono tenute ieri in tutto il mondo.

La propongo senza alcun commento perché gradirei molto leggere le interpretazioni dell' immagine da parte dei lettori di questo blogspot.

Il bottone per inviare un commento via email è qui sotto. Grazie.



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W le sportine

dom. 26 marzo 2006 W le sportine

Possibile che le sportine di plastica per fare la spesa siano così maledettamente nocive? A quanto pare se lo sono chiesti in molti e, finalmente un'analisi seria condotta sull'argomento ridimensiona, se non azzera i timori che campagne frettolose e superficiali hanno generato.

Se qualcuno parte da casa a piedi per comprare pane, verdura e latte freschi nel negozio all'angolo provvisto della simpatica sporta di paglia della nonna, fa bene e risparmierà qualche centesimo, ma non dovrà certo arrossire, sentendosi un inquinatore incallito, neppure quando caricherà nel bagaglio dell'auto cinque sportine di plastica stracolme, al ritorno del raid settimanale al supermercato, soprattutto se le riutilizzerà saggiamente per trasportare il pattume, coscienziosamente selezionato e suddiviso, nei bidoni di raccolta differenziata dell'immondizia.

I paesi come l'Irlanda che hanno surtassato le sportine hanno visto i problemi di smaltimento aumentare, anziché diminuire al confronto con il vicino Regno Unito che non l'ha fatto. Ad esempio, i saccchettoni neri costruiti proprio per foderare i bidoni della spazzatura sono molto più spessi e ingombranti delle sportine che avrebbero dovuto sostituire vantaggiosamente.

Anche nei paesi, come il Bangladesh, dove le sportine sono state bandite perché ostruiscono tombini e scarichi durante le stagionali piogge torrenziali, il problema vero risiede nell'assenza di una raccolta organizzata del pattume, non nella presenza dei sacchetti di plastica.

I tempi cambiano, ma il vizio di cercare "gli untori", invece delle cause vere dei problemi non passa di moda.



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Podcasting

gio. 30 marzo 2006 Podcasting

Clicca qui per ascoltare il testo che puoi leggere qui sotto: esempio di podcast

Chirone educa Achille

Podcast (da iPod broadcast) è un termine gergale che indica un modo (una moda?) di procurarsi brani d'informazione parlata, musica, videoclip o intere trasmissioni TV "scaricandole" gratuitamente o a pagamento dalla rete per mezzo di un computer collegato in banda larga ai siti che offrono quello che si sta cercando. Lo strumento principe per svolgere quest'attività è iTunes distribuito gratuitamente dalla Apple. Lo scopo commerciale iniziale del podcast: vendere musica a prezzi ragionevoli per combattere la pirateria (che permette di collezionare gratuitamente canzoni e film attraverso le reti peer2peer come "Emule" o "Kaza", sopravvissute alla chiusura di Napster), ha consentito un fiorire parallelo di una vasta offerta gratuita e legale di materiale d'intrattenimento o anche educativo.
Accanto alla simpatica intervista "Luttazzi contro tutti" trasmessa da SKY il 27-02-05 (39 minuti video/audio MPEG4, 181 MB) si può trovare, ad esempio, una chiarissima lezione di una ventina di minuti, in californiano rilassato, sulla stesura del corpo e della conclusione di un saggio "tipo" per superare i test in lingua inglese TOEFL o IELTS.


Nella decima riga della pagina introduttiva del sito www.toeflpod.com si legge esplicitamente:"No more "textbook English"!" a chiarimento dello scopo che il materiale audio offerto si propone. Infatti, "We discuss how to write the body and conclusion of an essay for the TOEFL or similar English examination" si può considerare una buona lezione di scrittura strutturata -quella richiesta nel mondo anglosassone per i saggi scolastici- in tutto conforme ai principi ed agli esempi che si trovano nei testi scritti in lingua inglese di analogo argomento, ma... è parlata ed in un formato audio, (MP3 di 8,2 MB) che può essere trasferito sull'iPod o sulle dozzine di suoi emuli o, ancor meglio, sui telefonini evoluti che se ne stanno acquattati in pianta stabile in una delle nostre tasche e, forniti di auricolari, ci accompagnano con la loro voce anche in tram.
E' evidente che la prospettiva di potere inseguire i loro scolari avidi di sapere perfino per la strada o durante i lunghi e infruttuosi trasferimenti casa-scuola-casa non può che ingolosire gl'insegnanti più solerti e aperti "al nuovo che avanza" e che dio li benedica, aggiungo io, ma...

Fermo restando che ogni opportunità educativa va acchiappata al volo e sfruttata al meglio prima che l'effetto sorpresa svanisca ed il nuovo mezzo si trasformi in una scontata abitudine, mi restano alcuni dubbi e qualche perplessità che vorrei esprimere e che mi fanno decisamente dissentire dall'affermazione: "no more textbook".
La lezione audio ascoltata sul telefonino, non può essere chiosata e sottolineata come dovrebbe accadere per qualsiasi libro scolastico oggetto di studio serio. La memoria coinvolta nel processo di apprendimento "in cuffia" è solo quella auditiva, mentre quella visiva resta disattivata, o peggio, si fissa involontariamente sugli eventi che assediano inevitabilmente lo studente-ascoltatore mentre cammina o condivide uno scompartimento di un treno di pendolari. Non è forse una banalità largamente condivisa fra i docenti che "... gli studenti d'oggi hanno perso la capacità di concentrazione"?.
L'ingombro di una lezioncina di venti minuti è di ben 8,2 MB e richiede, per essere sfruttata, uno strumento sofisticato, costosetto, intrinsecamente fragile e, a monte, la disponibilità di un computer e di un collegamento alla rete in banda larga. Niente di eccezionale, intendiamoci, né, tanto meno, proibitivo, tuttavia la maggioranza degli insegnanti di oggi non saprebbe trovare con ITunes quello di cui avrebbe bisogno per trasferirlo successivamente sullo strumentino d'ascolto. Lo stesso discorso vale anche per moltissimi giovani studenti, non illudiamoci.

Infine, mi lascia qualche perplessità anche il modo con cui verrebbe percepita la lezione dallo studente-ascoltatore. Non mi sembra che si possa escludere, per l'impossibilità di dialogo, il rischio di fraintendimenti, o peggio, l'effetto "oracolo" tipico dell'ascolto passivo delle trasmissioni radiotelevisive.
Detto questo, ritengo che il podcasting dovrebbe essere sfruttato di corsa, offrendo materiale di buon livello scientifico, e affiancato a tutte le altre tecnologie già in uso, a partire dai testi scritti, introdotti e commentati da bravi insegnanti.


Nell'immagine una pittura vascolare che rappresenta il centauro Chirone che educa Achille (anfora di Panthaios)



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) gio. 30 marzo 2006 Invia un commento all'autore
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I pollici più veloci dell'EST

dom. 02 aprile 2006 I pollici più veloci dell'EST

smsI pollici più veloci dell'EST, pare si debbano cercare nelle Filippine dove un terzo della popolazione possiede un telefonino, a dispetto delle condizioni economiche non proprio floride, e lo usa per "messaggiare" a tutto spiano, giorno e notte, senza pietà.

Infatti la particolarità della situazione dell'arcipelago non risiede tanto nel numero di cellulari, giustificato anche dalla estrema difficoltà di ottenere un telefono fisso, ma nell'uso smodato d'inviare SMS, i messaggini di testo, insomma. Costano pochissimo e possono essere del tutto anonimi perché, nelle Filippine, si possono comprare schede prepagate senza fornire il proprio nome.

Questa combinazione ha scatenato una specie di sport nazionale che consiste nel diffondere notizie assolutamente incontrollate che annunciano disastri naturali, congiure politiche, casi di corruzione, rivolte militari... qualunque cosa. Poiché in una piccola minoranza di queste dicerie propagate con gli SMS c'è un briciolo di verità, non è facile per nessuno distinguere, almeno inizialmente, le balle allo stato cristallino dalle mezze verità, come racconta in un gustoso reportage l'inviata della BBC che ci perde il sonno, non potendo trascurare nessun messaggino, neppure alle tre di notte, per paura che sia quello buono che annuncia un evento che si avvererà sul serio.

Questa storia mi ha fatto ricordare il celebre espediente del giornalista di un quotidiano accreditato in Vaticano, che, per essere sicuro d'inviare per primo al suo giornale la notizia della morte del papa, da tempo gravemente ammalato e circondato dalla massima discrezione, andava tutte le mattine all'ufficio telegrafico vaticano per spedire un sintetico telegramma:"Il papa è morto". Puntualmente, il telegramma veniva respinto dall'addetto postale perché la notizia era falsa... finché un bel mattino il tegramma fu accolto e spedito. Era arrivato primo.

Altri tempi; oggi i papi si può dire che muoiano in diretta TV, con l'ultimo respiro esalato in mondovisione. Se preferisci perderti la ghiotta diretta e cambiare canale, fallo con discrezione giustificando la tua debolezza e, soprattutto sta attento che non ti scappi mai di dire che l'eutanasia, in certi casi, è la miglior forma di rispetto della dignità di un malato terminale, i paladini della vita sarebbero capaci di bruciarti in piazza, potendo.

La vita è sacra e guai a chi la tocca, salvo, naturalmente, le guerre ed altre trascurabili situazioni in cui ammazzare ufficialmente, possibilmente in divisa e in nome del dio locale, è sempre stato sacrosanto, oltreché doverosamente rischioso.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) dom. 02 aprile 2006 Invia un commento all'autore
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Frutteti faentini in fiore

lun. 03 aprile 2006 Frutteti faentini in fiore

colline faentine

Dopo questo lunghissimo inverno, ancora una volta i frutteti sono in fiore
nelle dolci colline faentine di Sarna, fra Faenza, Modigliana e Brisighella

peschi fioriti



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Vuoto e pieno

mer. 19 aprile 2006 Vuoto e pieno

dimostrazioni in Nepal

Scarpe spaiate sulla strada vuota di Chahabahil a Kathmandu, abbandonate dai dimostranti sfuggiti precipitosamente alle raffiche della polizia nepalese che hanno causato un morto, durante le dimostrazioni contro il potere assoluto del re.

La foto è stata scattata nel giorno di pasquetta del 2006 mentre da noi la telvisione mostrava le nostre strade ingombre di auto in coda durante il lento ritorno dalla scampagnata obbligatoria.

Non sempre le strade sgombre sono da preferire a quelle soffocate dal traffico, come sostiene Sarchiapone nel suo trattato "De humana laetitia".



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mer. 19 aprile 2006 Invia un commento all'autore
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In pace

ven. 21 aprile 2006 In pace

Quando Martino uscì di casa, non aveva maturato alcun proposito chiaro, tantomeno quello di farsi travolgere da un treno in corsa, anche se la Freccia del Sud sarebbe passata di lì a poco con il suo impressionante frastuono metallico e la malinconica scia di polvere e cartacce.

Era uscito dalla porta posteriore accompagnandola con la mano perché non sbattesse. La casa era silenziosa e dalle persiane socchiuse la luce dorava il pulviscolo prima di disegnare un triangolo netto sul pavimento di mattoni, lasciando tutto il resto nella penombra. Un paio di mosche agonizzavano freneticamente sulla carta moschicida appesa al soffitto.

Senza vederli, lasciò scorrere lo sguardo sul disordinato panorama di attrezzi arrugginiti, sui cumuli di legna ancora da spaccare, sulla falciatrice meccanica da riparare, vicino al pozzo dismesso e al trattore a riposo poco sotto la massicciata, alta come un argine.

Si era incamminato lungo i binari senza una vera ragione, forse perché la strada carrozzabile era più distante da casa e più frequentata della via ferrata. In quel momento non aveva voglia d'incontrare qualche vicino che vedendolo a quell'ora in camicia bianca, con le mani sprofondate nelle tasche gli facesse qualche domanda o lo salutasse, semplicemente.

Fatte poche decine di passi verso il ponte, offuscato dal tremolio della calura, si voltò indietro a guardare casa sua ed il filare di pioppi della carreggiata ghiaiosa che la raccordava alla provinciale e, più in là, ma con la stessa indifferenza, si soffermò sul campanile muto, accostato alla pieve di mattoni, chiusa da anni e avviata alla rovina.

Padulle

Cercò di ricordarsi l'ultima volta che era stato svegliato dalle campane slegate dopo la Pasqua, ma non riuscì a ripescare dalla memoria niente di più di una sensazione sbiadita, un ricordo confuso di ramoscelli d'ulivo benedetto, bagnati nell'acqua santa, da appendere ad un chiodo perché ingiallissero sul muro di cucina. C'era poco da rimpiangere, del resto; erano stati anni duri, quelli, di polenta scondita e inverni freddi con poca legna da bruciare, una nebbia cattiva e il ghiaccio dentro i vetri di casa.

Ricominciò a camminare al centro dei binari. Faceva lunghi passi cercando di poggiare i piedi sulle traversine di castagno per evitare la ghiaia tagliente; camminava sempre più in fretta, quasi temesse di mancare un appuntamento. Giunto sul ponte, accaldato e ansimante, prese fiato, quasi fosse arrivato alla meta e si fermò a contemplare la curva placida del fiume, maestosa e immutabile. Una frasca di salice si abbandonava mollemente alla corrente silenziosa. Una pace perfetta, se non fosse stata turbata dal presentimento del rumore irriverente prodotto dal treno al suo passaggio sulle arcate: un frastuono sempre più forte, insopportabile, quasi fosse veramente alle sue spalle.



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Dove s'attacca muore

lun. 24 aprile 2006 Dove s'attacca muore

CaulobacterUna squadra di biochimici della Brown University dell'Indiana ha pubblicato un articolo, sintetizzato anche nelle pagine scientifiche della BBC, sulle straordinarie capacità del Caulobacter crescentus di secernere un adesivo che gli permette di aderire sott'acqua alle superficie che colonizza, senza essere spazzato via dalle onde.

Con tecniche di micromanipolazione gli scienziati sono stati in grado di stabilire la forza adesiva di questo batterio che è risultata sorprendentemente alta. In termini volgarmente approssimativi, cinque volte più tenace della colla più forte che si conosca.

Da inveterato sostenitore delle colle (e in subordine dei più recenti nipotini: i nastri adesivi) mi sono molto rallegrato della notizia che conferma la mia "fede" sul futuro radioso di colle e collanti alla quale sono sempre stato devoto.

Ricordo con affetto i grumosi crogiuoli nei quali i falegnami scaldavano la colla "garavella", prima dell'avvento delle lattiginose colle viniliche a freddo e delle portentose gelatine attaccatutto dal profumo conturbante, fino ai recentissimi mostri di appiccicosità istantanea che ammiro, ma senza alcun trasporto emotivo.

Nessun Attac al mondo potrà mai scacciare dai miei affetti la vecchia soluzione di para con cui continuo ad attaccare le pezze alle camere d'aria della bici, dopo le inesorabili e maledette forature, tuttavia resto in trepida attesa dei prodotti derivati dal Caulobacter che sono riusciti a "mungere" dal batterio e a far depositare su di una superficie, ma... poi non si stacca.

Nell'immagine un ritratto del Caulobacter crescentus.



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Gita al faro di Goro

sab. 27 ottobre 2007 Gita al faro di Goro

In un bel sabato di ottobre siamo andati a fare un giretto nel delta da Gorino fino al mare, lungo il Po di Goro e le valli circostanti popolate da germani, fischioni, alzavole, aironi cinerini e centinaia e centinaia di gabbiani. La motonave Pricipessa ci ha portato confortevolmente a spasso sul fiume e sui canali che solcano le terre umide più grandi e più belle d'Europa, con buona pace della tanto reclamizzata Camargue. Il segreto di tanta bellezza va cercato, forse, nella mancata pubblicità che ha salvato le vicine valli di Comacchio ed il delta da orde di turisti frettolosi.

Il faro si trova sull'"Isola dell'amore", una lingua di terra selvatica, lunga diversi chilometri e stretta poche centinaia di metri, all'estremità del Po di Goro. La bianca torre che sostiene la lanterna è circondata sul lato occidentale da una bassa costruzione nello stile semplice di tutta "la bassa". Al primo piano c'è un ristorante alla buona, aperto tutta estate, dove si mangia ottimo pesce fresco, cucinato nel modo tradizionale e servito come si deve, senza i disgustosi orpelli che a volte funestano le portate pretenziose dei ristoranti alla moda: cibo mediocre, prezzi salati. A "La lanterna" sotto il faro, invece, si mangia bene al giusto prezzo e dopo pranzo, se il caldo non è scoraggiante, si può fare una passeggiatina digestiva lungo la spiaggia selvatica cosparsa di relitti marini.

Durante la bassa stagione, invece, si può mangiare buon pesce in un ambiente confortevole sulla "Principessa", attraccata all'isola, come abbiamo fatto noi nei giorni scorsi, e godersi ugualmente una passeggiata sui sentieri stretti fra i canneti e le lingue d'acqua, fino al faro e oltre.

Come sia d'inverno lo scopriremo.

Clicca sulla foto del faro oppure qui per vedere una sequenza d'immagini sul Po di Goro.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) sab. 27 ottobre 2007 Invia un commento all'autore
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L'Uruguay ha rotto il ghiaccio

mar. 30 ottobre 2007 L'Uruguay ha rotto il ghiaccio

Centomila computer da 100 $ ordinati dall'Uruguay per i propri bambini.
Nicholas Negroponte, il celebre guru del MediaLab presso l'MIT, ha dichiarato che quello del paese sud-americano è il primo ordine effettivo di uno Stato per dotare i bambini in età scolare di computer a basso costo, ricaricabili con energia solare o con rustici e robusti sistemi a pedale o a manovella.
L'ambizioso progetto umanitario OLPC (One Laptop Per Child XO Computer) che si propone di arrivare a distribuire un computer a ciascun bambino, a partire dai paesi poveri e più svataggiati, continua ad incontrare prevedibili ostacoli di realizzazione.
Pare che passare da entusiastiche adesioni a parole di ministri e capi di Stato, alla successiva fase in cui si stacca l'assegno sia piuttosto arduo.
Senza ordini di massa, poi, risulta anche problematico far partire una produzione su larghissima scala, la sola che permmetterebbe di contenere il costo a 100$ (60€) al pezzo. Anche l'Italia pare che sia "in ritardo" nel realizzare la promessa di cinquantamila portatili XO destinata ai bambini etiopici.

Non resta che sperare che l'esempio dell'Uruguay, che per primo ha "rotto il ghiaccio", sia virtuosamente contagioso e spiani la strada alla realizzazione in tempi brevi del progetto OLPC.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 30 ottobre 2007 Invia un commento all'autore
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Quante tortillas al kilometro consuma il tuo foristrada?

ven. 02 novembre 2007 Quante tortillas al kilometro consuma il tuo foristrada?

Il cibo più poplare messicano è la tortilla: una focaccia sottile fatta di farina di mais impastata con l'acqua e cotta su di una piastra rovente. Il mais è la cultura più importante non solo del Messico, ma di una vasta area americana a cavallo dell'equatore, ma sfortuntamente, la produzione locale è inferiore al consumo e la resa delle tradizionali varietà di granturco va dalle 2 alle 5 tonnellate per ettaro contro le 9 o 10 di alcune varietà transgeniche.

In quest'area geografica, pertanto, il problema dell'introduzione di mais OGM è molto serio e dibattuto ancora più che altrove, se si pensa che da ottomila anni il granturco è il nutrimento principe delle popolazioni mesoamericane, al punto che nel Popol Vuh, il libro sacro della civiltà precolombiana Maya, si dice che gli dei plasmarono l'uomo usando polpa di mais. Ora questi uomini di mais si trovano fra l'incudine e il martello: da una parte l'aggressiva politica di espansione commerciale delle grandi compagnie nordamericane produtrici di varietà transgeniche ad alto rendimento; dall'altra il timore di veder sparire per sempre decine di varietà autoctone affinate attraverso secoli di selezioni per rispondere meglio alle esigenze alimentari e climatiche mesoamericane.

A complicare ulteriormente il puzzle si è aggiunta da poco la risoluzione dell'Europa d'incrementare significativamente e in tempi brevi il consumo di combustibili di origine vegetale al posto di quelli tradizionali di derivazione fossile, per contrastare l'inquinqmento da anidride carbonica.

Il mais, insieme alla canna da zucchero, all'olio di palma ed altre piante meno esotiche, è considerato, appunto, fra i vegetali più adatti "all'estrazione di benzina vegetale". In altre parole, il carburante per le auto europee contenderà la materia prima che serve, da milleni, a preparare le tortillas di cui vivono i messicani, soprattutto i più poveri, che già hanno cominciato a manifestare contro i rincari madornali del loro cibo nazionale.

Se, come affermò il meteorologo Lorenz: "... è sufficente il battito d'ali di una farfalla in Brasile a provocare una tromba d'aria nel Texas" non ci vuole una grande immaginazione per predire uragani economici e sociali da mosse tanto destabilizzanti come la conversione di intere aree agricole del mondo da culture destinate all'alimentazione umana ed animale alla locomozione meccanica.

Quante tortillas al kilometro consuma il tuo foristrada, Gringo?



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) ven. 02 novembre 2007 Invia un commento all'autore
"Hac re videre nostra mala non possumus; // alii simul delinquunt, censores sumus." (*)

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Modigliana

mar. 06 novembre 2007 Modigliana

Modigliana RAIeri, dopo parecchio tempo, siamo tornati a Modigliana, nelle amate colline faentine dal clima dolce, dagli splendidi frutteti e vigneti e dagli inattesi scorci leonardeschi di colline boscose che sfumano all'orizzonte stemperandosi nel cielo.

Il paese è attravesato dal torrente Marzeno, dall'aria docile e ben educata sul suo letto selciato ed è sormontato dalla Roccaccia; un rudere impressionante di una fortezza dei conti Guidi, un tempo signori del territorio. In ricordo degli antichi signori c'è La cantina dei conti dove torniamo sempre volentieri a pranzo, quando siamo in zona: buona accoglienza, buona cucina, giusto prezzo.

In passato vi incontrammo un celebre autore di dizionari che, ormai piuttosto avanti negli anni, lasciata la città, era tornato al paese di origine e pranzava abitualmente alla cantina. In quell'occasione, al termine di una lunga conversazione cordiale, ci suggerì una stretta strada di crinale che porta a Brisighella.

Da allora, non manchiamo mai di ripercorrerla al ritorno. Guardando verso Nord, oltre i colli più vicini, gli occhi si perdono sulla larga pianura romagnola. Gli scorci panoramici, anche nel versante Sud più aspro, sono numerosi e verrebbe voglia di fermarsi a fotografare ogni mezzo chilometro.

La sequenza di foto in formato di presentazione Flash che puoi attivare cliccando qui o sulla foto, è una selezione degli scatti di ieri: una giornata novembrina dolce, nuvolosa con cieli variabili e rare apparizioni del sole.



Pubblicato da Alessandro C. Candeli (@lec) mar. 06 novembre 2007 Invia un commento all'autore
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Latte crudo appena munto

mer. 07 novembre 2007 Latte crudo appena munto

latte crudo appena muntoIeri pomeriggio, tornando a casa dopo la solita scorpacciata di letture varie nella biblioteca Sala borsa, dove trascorro parte dei miei pomeriggi in città, ho attraversato piazza Maggiore aggirando "il crescentone", occupato per intero da una struttura in allestimento di bianche cupolette di plastica, e imboccato via delle Pescherie vecchie. E' un percorso simpatico fra piccoli negozi di frutta e verdura ricavati in cavità murarie che lasciano uno spazio minimo per l'esposizione della merce in vendita e una sacrificatissima postazione per il venditore.
All'inizio della strada, però, c'è una sontuosa bottega a due piani di formaggi; ha una grandezza quasi provocatoria, nei confronti degli altri piccoli fruttivendoli.
Passando, guardo sempre le vetrine attraenti, ma piuttosto ripetitive: è difficile stupire con forme e formelle di formaggio, seppure esotico o raro. Ieri però c'era un cartello stuzzicante per un accanito bevitore di latte come me: "Latte fresco crudo".
Un recente servizio televisivo aveva magnificato questo nuovo tipo di distribuzione di latte "appena munto e non trattato" attraverso erogatori refrigerati a fontanella: infili le monetine, ficchi il contenitore (in questo caso una bottiglia da latte di plastica) sotto l'erogatore e attendi che il rcipiente sia pieno per bertelo subito o portartelo via.

Detto-fatto: entrato, raggiunto distributore al primo piano, infilati soldini, estratta bottiglia piena, bevuto latte a collo, senza tante cerimonie. Non vedevo l'ora di risentire il sapore del latte appena munto che da bambino andavo a prendere in bici, al tramonto, nel podere di famiglia. Lo ricordo bene quel sapore del latte tiepido, pieno, cremoso. Una giovanottina pimpante, intervistata nel corso del servizio televisivo, aveva appunto manifestato la sua soddisfazione per avere finalmente ritrovato il sapore vero del latte appena munto.

Io, invece, sono rimasto deluso.

Non assomiglia minimamente al vero latte appena munto che si beveva il secolo scorso, quando ancora le stalle delle nostre parti erano popolate di vacche autoctone (come la rimpianta bianca modenese) che producevano una quantità di latte minore delle frisone pezzate, ma incomparabilmente migliore. Il latte che ieri ho spillato dal distributore refrigerato era piuttosto acquoso, sicuramente non migliore del buon latte fresco di alta qualità che troviamo da tempo nei supermercati, anzi.
Pazienza: una piccola delusione in più da dimenticare al volo, scherzandoci sopra con un fotomontaggio ad hoc.
L'ultima volta che ho bevuto un latte superbo, con due dita di panna depositata sul collo della bottiglia di vetro fumè, è stato trent'anni fa in Danimarca. Chissà se gli amici danesi lo imbottigliano ancora? Varrebbe la pena di fare un salto nello Jutland, tanto per controllare.

Cari confratelli di latte, fatemi sapere cosa ne pensate del nuovo "latte crudo appena munto". Io vi ho raccontato la mia esperienza deludente qui a Bologna, ma forse altrove...



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Pieve del Pino

lun. 12 novembre 2007 Pieve del pino

calanchi bolognesiDopo aver pranzato fuori porta, abbiamo deciso di rincasare passando dai colli: il sole era splendente, il vento non sembrava tanto forte in città e i colori della vegetazione collinare molto promettenti.
Dalla fondovalle del Savena abbiamo preso a salire per la strada tortuosa e ripida che porta o a Badolo o alla valle del Reno o, svoltando per Pieve del Pino, prima a Paderno poi a Monte Donato e, infine, direttamente a casa nostra in un paio di chilometri in discesa.
Il cielo era terso, i colori autunnali gradevoli, la visibilità ottima, la strada deserta... e il vento furibondo.Scattare le foto cercando l'immobilità si è rivelata un'impresa. A tratti, la raffiche mi travolgevano e respingevano come in una giornata di bora a Trieste o in un giornata qualsiasi in Islanda.

A dispetto della situazione molto insatabile ho scattato una ventina di foto dei calanchi dietro casa. Se vorrai, potrai vederne, gentile lettore, una selezione in formato flash che, come sempre, permette di scegliere fra l'avanzamento temporizzato automatico o quello manuale.
Clicca qui
o sulla foto rollover a sinistra per attivare la presentazione.



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Pasolini, Callas e Medea

gio. 08 novembre 2007 Pasolini, Callas e Medea

piazza Santo  Stefano a BolognaAl pianterreno di una delle pittoresche case Bovi di piazza Santo Stefano a Bologna si trova, tra l'altro, la grande e lussuosa galleria d'arte Ta Matete che ospita fino al prossimo primo dicembre una interessante mostra ( ''Pasolini, Callas e Medea'') di settanta foto di scena, scattate da Mauro Tursi durante le riprese in Cappadocia della Medea di Pasolini.
Il principale soggetto delle foto è inevitabilmente Pasolini che dirige, intrattiene, conforta Maria Callas soffocata dai pesantissimi abiti di scena, mentre il resto della troupe è in calzoncini e camicia o addirittura in costume da bagno. Il caldo doveva essere micidiale e la povera Maria svenne addirittura, come mostra una delle tante belle foto in bianco e nero che testimoniano eloquentemente l'affettuoso rapporto fra Pasolini e la Callas, più volte riaffermato, in seguito, anche da Dacia Maraini, loro compagna di viaggio in Africa, insieme a Moravia.

In numero minore, ma non meno belle e interessanti sono anche le foto in cui appaiono le comparse in abiti di scena disposte sapientemente sullo sfondo di uno dei paesaggi più suggestivi al mondo: la Cappadocia, appunto. Per chi fosse interessato, le foto sono in vendita al modico prezzo di 1200 € (diconsi milleduecento) cadauna.

Sono contento di avere visto questa mostra e le bellissime sale affrescate della galleria dove non sarei mai entrato di mia iniziativa, ma "se guidato, si orienta", come si diceva degli scolari più testoni. Oltretutto mi ha ricordato il bel viaggio in auto in Cappadocia che facemmo una trentina di anni fa, quando il ricordo di Pasolini fra la popolazione locale era vivissimo e molto positivo. Ora non mi resta che ripescare e rivedere il film che a suo tempo mi piacque moltissimo e fu la causa prima del viaggio.

Clicca qui o sulla foto rollover per attivare una presentazione di foto di piazza Santo Stefano e dintorni.
Cappadocia



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I transistor da calcio

gio. 15 novembre 2007 I transistor da calcio

nanochipI chip al silicio avrebbero gli anni contati, una decina, pare. Benché godano di ottima salute e siano in grado di ospitare milioni di transitor in una superficie pari ad un eurocent si stanno saturando e, fra non molto, non saranno più in grado di ospitare neppure un transistor in più.
Secondo gli esperti l'attuale ritmo di crescita, espresso efficacemente a spanne dalla legge di Moore ( le prestazioni dei processori, e il numero di transistor ad esso relativo, raddoppiano ogni 18 mesi), non potrà essere mantenuta a lungo, principalmente per le crescenti difficoltà di ulteriore miniaturizzazione dei transistor.
Da qui, la frenetica corsa dei centri di ricerca più dotati di cervelli e di dollari alla scoperta di nuovi materiali alternativi al silicio, oppure di nanostrutture di carbonio cinquantamila volte più sottili di un capello o, ancora, di nuovi componenti elettronici: i memristori. Minimi già ora e ulteriormente miniaturizzabili, sarebbero capaci di collaborare, se non addirittura di sostituire completamente i vecchi transistori. Staremo a vedere.

Nel frattempo, chissà che fine hanno fatto le migliaia di radioline giapponesi a pila, i cosiddetti "transistor", appunto, che i maschi adulti italiani tenevano incollate all'orecchio per tutta la durata di "Tutto il calcio, minuto per minuto", quando le partite di football si giocavano sempre la domenica pomeriggio e gli stadi erano luoghi chiassosi, ma frequentabili.
Preistoria!



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La piazzola a Bologna


La piazzola è lo storico mercato all'aperto di Bologna che si tiene (dal 1219 ?) settimanalmente il venerdì e il sabato in piazza Otto Agosto. Dal Medio Evo in avanti ho il sospetto che abbia subito parecchi cambiamenti; dei più recenti e significativi sono testimone diretto. Quando ero al ginnasio era fondamentalmente un mercatino delle pulci: roba vecchia, rastrellata da soffitte e cantine da rigattieri locali. Qualche fortunato mattiniero con molto occhio poteva trovare al prezzo di una crosta anche quadri di discreto pregio, bei pezzi di ceramica faentina, residui di servizi principeschi andati a finire in fondo ai pozzi per le inarrestabili faide delle famiglie patrizie che imponevano la damnatio memoriae di precedenti alleanze e dei loro simboli araldici.

C'erano vecchie macchine fotografiche a soffietto, begli alari buttati via per l'avvento dei termo a carbone e la frettolosa chiusura dei camini, peltri e bronzi un po' ammaccati, pipe di terra cotta rossa con la testa di Garibaldi o, più raramente, elganti pipe nere ottagonali di Chemnitz, dell'epoca di Cecco Beppe.

C'erano anche buffet e controbuffet, scartati per far posto alle cucine all'americana in formica; cassapanche e vecchi armadi in noce massiccio, alti e stretti, banditi da moderni armadi a muro di trucciolato impiallacciato e, naturalmente, camice, vestiti e cappotti un po' lisi e molto vissuti.

Frequentati da un pubblico prevalentemente femminile, c'erano alcuni banchi di bigiotteria con pregevoli pezzi liberty mescolati a gioielli della nonna con ametiste e coralli, ochiali pence nez, ciondoli, teiere argentate senza più patria.

Meno interessante era la più vasta area del "nuovo": una grande merceria all'aperto di biancheria a buon mercato con pochi personaggi caratteristici come "Marino poeta contadino" che vendeva ufficialmente lamette, come pretesto per poter recitare e smerciare in audio-cassette registrate le sue "zirudelle", nella tradizione dei cantastorie e degli arruffapopolo che aveva visto eccellere durante il fascismo il grande Biavati, paladino dell'antifascismo di strada, ironico e corrosivo: popolarità immensa, poca galera, zero quattrini.
Ma lo spasso maggiore nell'aggirarsi fra i banchi erano le battute, i commenti e gli scherzi che si scambiavano fra loro i venditori ambulanti in bolognese o in dialetti forestieri parlati nelle vicine campagne modenesi o ferraresi. Romagnoli o emiliani del far west non ne ricordo: battevano altri mercati.

Da pochi, pochissimi anni la situazione è cambiata radicalmente: molti africani, magrebini, andini, cinesi e altri asiatici hanno rimpiazzato con le loro merci gli ambulanti locali e si rivolgono in un italiano stentato ad un pubblico altrettanto eterogeneo con una forte presenza di giovani donne musulmane con bambini e badanti "russe" di mezza età, a gruppetti di tre o quattro. Nella cacofonia delle lingue sono annegate per sempre le battute in dialetto e l'atmosfera scherzosa da cui nascevano. Le merci in vendita assomigliano più ad un mercatino estivo apolide d'Ibiza che al nostrano mercato delle pulci di tradizione europea.

Manco da tempo da Porta Portese, dal mercato delle pulci di Saint-Ouen a Porte de Clignancourt a Parigi o da Portobello a Londra e non so se abbiano fatto la stessa fine. Di certo la piazzola di oggi non è più il mercato provinciale dei bolognesi, rimpiazzati da un mondo di etnie variopinte e dalle nuove leve studentesche (centomila, fra ospiti e locali) che trovano anche abbigliamento punk, stivaloni alla moda e attrezzature di provenienza esotica per "fumare" erbe di loro gusto.

In una piccola serie di foto, nell'abituale formato flash, ho raccolto, non senza difficoltà, un campione delle merci in vedita; per vederla clicca qui o sulla foto. Fotografare in una pubblica piazza è diventato un problema: chi scatta diventa subito sospetto a clandestini e turbatelli di ogni specie, ma non bisogna farci troppo caso.

Il mercato di mezzo a Bologna

Il mercato di mezzo o quadrilatero romano è una raganatela di stradine che portano ancora i nomi delle compagnie di artigiani che le popolavano nel Medio Evo: via Drapperie, via degli Orefici, via Pescherie vecchie, via Caprarie (macellerie ovine), via Clavature (fabbri).
A EST di piazza Maggiore, il cuore di Bologna, ancora oggi sono pienamente dedicate ad un'attività mercantile, anche se i mutamenti recenti non sono stati di poco conto e, proprio in questi giorni, una disputa infiamma i rapporti fra Comune e ASL sulla destinazione di una parte cospicua di mercato coperto, da poco bonificata e restaurata.

Negli ultimi anni la strada che ha subito il maggior "degrado" storico è via Clavature che non conserva più alcun vestigio degli antichi maestri fabbricanti di serrature (clavature) e di altre opere in ferro battuto più ordinarie, ma, ormai, è stata colonizzata dagli stilisti internazionali con le loro vetrine abbacinanti, popolate di manichini anoressici e, dietro, il negozio sempre vuoto.
Oltre al ricchissimo magazzino di ceramiche, al sontuoso cestaio e all'antica cartoleria, i colonizzatori hanno ingoiato perfino Schiavio-Stoppani, celebre negozio di abbigliamento e merceria di proprietà di Angiolino Schiavio, classe 1905: una leggenda del Bologna football club ai tempi in cui "il Bologna" era "uno squadrone che tremare il mondo fa".
Via Clavature è un esempio perfetto del decadimento commerciale del centro di Bologna: solo caffè invadenti strade e portici e, soprattutto, negozi di abbigliamento, scarpe e biancheria, gomito a gomito l'uno con l'altro a dozzine, in una vorticosa ridda di fallimenti e ristrutturazione perpetue. Uscendo dal mio ufficio nella centralissima via Ugo Bassi avrei potuto scegliere fra cinque corsetterie per signora nel raggio di cinquanta metri, ma guai se avessi avuto bisogno di un paio di comunissimi lacci per le scarpe.

Per fortuna, nel quadrilatero romano resitono ancora bottegucce e bei negozi di alimentari degni della nostra tradizione di mangiar bene. Non saranno la Boqueria di Barcellona o il suk nella medina di Marrakech, ma restano una simpaticissima meta per fare la spesa o anche per passeggiare semplicemente fra la folla di acquirenti e curiosi in vena di spassarsela in un fazzoletto di bengodi nostrano.

Ho raccolto nell'abituale formato di presentazione flash una selezione di scatti recentissimi sul mercato, privilegiando le merci al pubblico. Clicca qui o sulla foto per vederle.

Tappeto volante


-Buonasera.
-Buonasera signore, una sfoltitina ai capelli?
-Magari! Ma ormai sono quasi pelato, non vede?
-Dicevo solo un'aggiustatina alle tempie e al coppetto, quelli sono gli ultimi a sparire e non bisogna trascurarli finché ci sono.
-Ha ragione, ma mi sembrerebbe un po' come portare uno scalzo dal lustrascarpe. Volevo chiederle solo un'informazione.
-Dica pure, se posso, ben volentieri.
-Sa dirmi come arrivare a via Mirasole?
-Certamente, ma mi cavi una curiosità, ci va per un tappeto?
-Perché, vendono bei tappeti a buon mercato?
-No, n&grave a buon mercato, nè cari arrabbiati. Niente tappeti in via Mirasole.
-E allora?
-Appunto, dicevo fra me, se questo signore distinto va a cercare un tappeto in via Mirasole fa un viaggio per niente, quando lo potrebbe trovare qui da me senza neanche fare un passo, che oggi fa anche freddo.
-Ma Lei non sarebbe un barbiere, proprio quel barbiere che un minuto fa voleva spuntarmi questi quattro peli?
-Proprio lui, e lei non sarebbe quel signore che ci ha ripensato? Ha fatto bene, sa; si accomodi qui in questa bella poltrona, che il tappeto non scappa.
-Non scappa? Sarebbe bella anche questa; cosa tiene un tappeto volante alla catena nel retrobottega?
-Lei ha voglia di scherzare, è solo un modo di dire; è un bel persiano antico, ma sembra nuovo ... tanti di quei nodi che le bimbe che l'hanno fatto, là al suo paese, devono essere diventate matte, poverine, ma ormai saranno tutte andate in pace da un pezzo, et lux perpetua luceat eis, amen. Uno che se ne intende m'ha detto che è molto antico, del '700, forse.
-Addirittura, ma a me serve un carriolino, moderno o antico, basta che faccia il suo servizio.
-Di quelli da spingere a mano o da tirare con la bicicletta? Magari con due ruote a raggi e un piano di carico rettangolare con sponde basse...
-Bravo, preciso sputato come l'ha descritto. Ce ne ha uno così, nascosto da qualche parte, dove tiene i tappeti?
-Io? No, non ci penso nemmeno; faccio il barbiere, io. Cosa vuole che me ne faccia di un carriolino?
-Quando lo descriveva sembrava che l'avesse davanti agli occhi...
-E' perché ne aveva uno così un vecchio carbonaio che, di giorno, lo lasciava sotto il portico davanti alla sua bottega. Prima di cambiar casa ci passavo davanti tutte le mattine. Chissà se...
-E dove sarebbe, allora?
-Proprio qui dietro in via Mirasole, come le avevano detto. Una spuntatina, intanto?
-Appena, appena che c'è già fresco e hanno detto che sta per arrivare un freddo da battere i denti.

Piazza pulita

Da quando con uno sbuffo poderoso aveva buttato via il cappello, ricominciando a fumare dopo trent'anni di composta e tranquilla astinenza, la preoccupazione dei vicini era aumentata a dismisura: non smettevano di tenerlo d'occhio con apprensione, interrogandosi su quale sarebbe stata la sua prossima mossa.

Fior di studiosi erano all'opera nell'intento vano di prevedere il cosa, il come e, soprattutto, il quando. Tutti gli altri, i comuni, superstiziosi mortali si limitavano, invece, a tenerlo d'occhio e a fare scongiuri: la sola prassi in cui erano maestri, affinata in secoli d'ignoranza, credulità e fatalismo.
Che fosse pericoloso, molto pericoloso, lo sapevano anche i bambini, ma uomini e donne erano incapaci di tradurre i loro timori in atti concreti e virtuosi. I più determinati e avventurosi avevano rimpolpato il tradizionale flusso migratorio imprimendo una tale accelerazione al fenomeno, tradizionale e consolidato da secoli, da trasformarlo in una vera fuga in massa: non spingete, scappo anch'io.

La città, spopolata, degradata e immiserita, era preda di scorribande sempre più sfrontate di grassi ratti che contendevano a bande di cani randagi macilenti il controllo del territorio: un'indifferenziata plaga di immondizia stratificata e puzzolente fra la quale i pochi umani residenti, quasi tutti vecchi senza risorse e senza speranza, si muovevano come ombre nell'Ade razzolando nei rifiuti, in attesa del solo evento che riuscivano a prefigurarsi con certezza: una morte miserabile e solitaria.
Oltre alle migliaia di gabbiani che volteggiavano initerrotamente sulle montagne di rifiuti, si favoleggiava anche della presenza di cinghiali, volpi e lupi, nel cuore di quella che era stata una popolosa città dal clima invidiabile, affacciata sul vasto, bellissimo golfo che ne portava il nome, ricordato in cento canzoni e mille poesie, per secoli.

Quando il torpore notturno fu interrotto da un frastuono assordante, accompagnato da una serie di scosse telluriche sempre più forti e dall'ululato di cani e lupi terrorizzati, fu chiaro che il quando, atteso e temuto, era arrivato e anche il come si svelò poco dopo. Una immensa colonna di fumo nero accompagnata da terrificanti deflagrazioni si sostitui al consueto pallore notturno, oscurata, a sua volta, da una nube di cenere infuocata che soffocò e sepellì ogni forma di vita e le sue tracce immonde, lasciate sul territorio in secoli d'incuria e degrado crescenti.
In capo a tre giorni, un vasto incontaminato deserto di cenere si spingeva dal vulcano fino alle rive del mare, come era accaduto duemila anni prima, ma molto più esteso, sotto la spinta di una forza vendicativa devastante.

Veh victis!

Avanti Bombo alla riscossa!
















Per il BOMBUS LAPIDARIUS, Bombo per gli amici, sembra che stia per schiudersi una nuova stagione di prosperità dovuta alla diminuzione della popolazione delle cugine api che stanno affrontando una crisi demografica drammatica: meno 50 % in Italia e peggio ancora negli Stati Uniti.
La diminuzione delle api non riguarda soltanto i circa 50 mila apicoltori italiani con più di un milione di alveari e una produzione di oltre 10 mila tonnellate di miele, ma anche gli agricoltori e, in particolare, i frutticultori e quindi tutti noi mangiatori di miele, pomodori, mele, pere, fragole ciligie, lamponi ecc.
Sono le api, infatti che nel loro girovagare di fiore in fiore per succhiarne il polline provvedono, appunto, all'impollinazione delle piante che così fruttificheranno, altrimenti... ciccia.
E il bombo, cosa c'entra? Be' è un impollinatore instancabile, dall'alba al tramonto non fa nient'altro durante la buona stagione, cioè quando è utile, poi si rintana in letargo in un buchetto, in attesa che passi l'inverno e ricomincino le fioriture primaverili.
Il bombo che tutti noi ci siamo fermati ad ammirare da bambini, mentre galleggiava nell'aria, ciccioso, nero e peloso, sopra un fiore, il bombo, dunque, potrebbe sostituire le api, non per la produzione del miele, ma, almeno, per impollinare le piante e non è poco, in attesa che le nostre care api, che dai tempi di Virgilio consideriamo amici di famiglia, tornino al loro splendore.

Nel frattempo, avanti bombo, scatenati!

Il solo che ride


Ho ricostruito da zero, con un mio collage di qualità piuttosto modesta, una battuta che mi ha fatto molto ridere. Era affissa all'interno della vetrina posteriore dell'edicola che si trova sotto il "portico della morte" a Bologna. Era disegnata con matite colorate su di un foglio A4 insieme ad altre vignette più o meno divertenti tracciate su fogli della stessa misura ed eseguite, apparentemente, dalla stessa mano .
Purtroppo non c'è più. Normale turn-over? Me lo auguro.

Rampolli presidenziali


Leggo sulle BBC news che un reporter di una tv americana è finito nei guai per aver sostenuto che la signora Clinton avrebbe incoraggiato la figlia Chelsea a partecipare alla campagna elettorale in corso, per catturare voti giovanili. Nello stesso lungo e documentato articolo vengono citate le apparizioni di figlie e figli di altri candidati alla Casa bianca, anche del passato, e gli scandaletti che alcuni rampolli presidenziali hanno provocato (uso di alcoolici in età giovanile, esibizioni in vestiti trasparenti o nudi fotografici per Playboy).
Normalmente però, i figli dei candidati appaiono, belli sorridenti e plasticati, accanto ai genitori, in rassicuranti foto di famglia: quei falsi quadretti di armonia domestica con tanto di camino acceso e animali acciambellati ai piedi che rappresentano la più zuccherosa iconografia della famiglia bianca americana, patriottica, salda nei valori morali ereditati dai Padri Pellegrini e ben provvista di dollari, per ogni evenienza.

Inevitabilmente, mi veniva da pensare ai fatti di casa nostra e alla nostra campagna elettorale in corso. Per fortuna i 2+3 figli del padrone della televisione e le due figlie del suo antagonista, sindaco della città eterna, sono restati fuori dalla mischia, che io sappia.
Nessun cronista televisivo nostrano, in uno slancio di servilismo rampante, si è ancora cimentato in uno "speciale" sui figli dei candidati, per raccattare qualche voto giovanile in più al suo patron.

La domanda è: quanto tempo manca alla discesa in campo dei rampolli presidenziali nostrani?

Cuba libre



Mentre a Cuba un Castro succede all'altro e poco sembra cambiare, solo questa foto ANSA di un tramonto suggestivo all'Avana

Purtroppo io mi sono limitato a rielaborarla un po' da casa, mentre mi piacerebbe averla scattata sul posto

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